Stemma Cardinalizio

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Creato Cardinale 25.05.1985

Storia personale

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TZADUA, Paulos (1921-2003) Birth . August 25, 1921, Addifini, eparchy of Asmara of Eritreans, Eritrea. Education . Seminary of Cheren, Asmara; Italian Lyceum "Ferdinando Martini", Asmara; Catholic University of Sacred Heart, Milan, Italy (doctorate in law). Priesthood . Ordained, March 12, 1944. Pastoral work in Asmara, 1944-1946; in the mission of Guarghe, south of Addis Abeba, 1946-1949. In Eritrea, faculty member, Minor Seminary, 1949-1953; further studies, Asmara, 1949-1953; in Milan, Italy, 1953-1958. Secretary to the bishop of Asmara and to the archbishop of Addis Abeba, 1960-1961. Secretary general of the Episcopal Conference of Ethiopia. In Addis Abeba, pastoral work with university students and service as archdiocesan curia official; faculty member, University of Addis Abeba, 1961-1973.

domenica 18 gennaio 2009

Etiopia: Accordo tra Chiesa e Ministero per Creare un’Università Cattolica

Un accordo per la creazione di un’università cattolica internazionale ad Addis Abeba è stato raggiunto tra il ministero dell’Istruzione dell’Etiopia e la Conferenza episcopale locale: lo ha detto alla MISNA il nunzio apostolico Ramiro Moliner Ingles, che ha assistito alla firma dell’intesa come testimone insieme al ministro degli Esteri di Addis Abeba, Seyoum Mesfin. Pur rappresentando poco meno dell’1% dei circa 70 milioni di abitanti in Etiopia – la cui popolazione è più o meno equamente divisa tra la ‘storica’ Chiesa ortodossa e l’Islam - i cattolici sono molto apprezzati per le attività nel settore scolastico e in quello sanitario, compiute soprattutto attraverso le congregazioni missionarie. Da tempo monsignor Berhaney Demerew Souraphiel, arcivescovo metropolita di Addis Abeba, aveva manifestato il desiderio di ospitare nella capitale una struttura universitaria aperta a studenti di ogni religione per offrire ulteriori spazi di formazione nel paese. L’agenzia di stampa etiopica ‘Walta Info’, scrive che il ministro degli Esteri ha espresso apprezzamento per l’iniziativa, affermando che un ateneo cattolico di livello internazionale può svolgere un ruolo decisivo per la creazione di una classe dirigente locale. I tempi della realizzazione del progetto non sono ancora chiari: sembra che l’Ateneo inizierà ad operare in modo graduale e decentrato con l’apertura di ‘college’ all’interno di scuole superiori attualmente gestite in diverse zone dell’Etiopia dalla Chiesa cattolica attraverso alcune congregazioni missionarie, per poi aprire un vero e proprio polo universitario ad Addis Abeba.

Il Presidente Federale dell'Etiopia in visita all'ospedale di Wolisso per il lancio di un nuovo progetto di sanità pubblica



Apprezzamento per il lavoro di Medici con l’Africa Cuamm e per la partnership pubblico-privata diventata modello di riferimento per tutto il paese
Fare sanità in zone rurali, raggiungere la popolazione più lontana dall’ospedale e più povera, portare a tutte le famiglie cure e assistenza di base: sono alcuni degli obiettivi del nuovo progetto presentato a Wolisso, alla presenza del Presidente federale dell’Etiopia.

Wolisso (Etiopia)/Padova, 10 marzo 2008 – «Ricordo con piacere la gioia provata dalla popolazione di questa zona e il sincero apprezzamento degli anziani della comunità quando la Chiesa cattolica etiope e il suo partner, Medici con l’Africa Cuamm, realizzarono, otto anni fa, il St. Luke Catholic Hospital e la Scuola infermieri. La mia speranza oggi è che l’avvio di questo nuovo progetto di sanità pubblica nel territorio possa portare un effettivo aumento dei servizi necessari al bene della popolazione e chiedo alle autorità locali di provvedere con il supporto e l’appoggio necessario». Queste le parole del Presidente Girma Woldegiorgis nel corso della visita all’Ospedale di Wolisso, tenutasi sabato 8 marzo scorso. Una cerimonia ufficiale segnata dalla sentita partecipazione, oltre che del Presidente, di numerose autorità locali tra cui il Vice Ministro della Sanità, l’Arcivescovo di Addis Abeba S. E. Mons. Abuna Berhaneyesus Souraphiel, il nunzio apostolico della Santa Sede S. E. Mons. Ramiro Moliner Ingles, l’Ambasciatore italiano in Etiopia Raffaele De Lutio, oltre a numerosi rappresentanti di altre ong e agenzie internazionali.

Il nuovo intervento, a firma di Medici con l’Africa Cuamm e co-finanziato dal Ministero Affari esteri italiano, intende partire dall’Ospedale di Wolisso e dalla Scuola infermieri annessa, per allargarsi a tutto il territorio della South-West Shoa Zone (nella Regione dell’Oromia, la più estesa del paese) e raggiungere le famiglie più lontane.
Con la parole del Presidente federale dell’Etiopia viene suggellato un ottimo esempio di collaborazione tra il Pubblico e il Privato che vede, da un lato le autorità locali chiedere e appoggiare un intervento, e dall’altro la Chiesa cattolica etiope e Medici con l’Africa Cuamm realizzarlo per il bene della comunità. «Noi non ci rassegneremo mai ad accettare, perché estremamente ingiusto e profondamente immorale, che ci siano 10 milioni di bambini che muoiono all’anno per mancanza di cure primarie e 500 mila donne che muoiono ogni anno di parto, perché prive di una adeguata assistenza. Ci sono drammi e tragedie che non possono lasciarci in pace», questo il significato del nuovo intervento nelle parole di don Luigi Mazzucato, direttore di Medici con l’Africa Cuamm.

Avviato nel 2001, a seguito di un accordo tra la Chiesa cattolica etiope, il Governo della regione Oromia e Medici con l’Africa Cuamm, grazie al contributo della Cei e delle Diocesi del Triveneto, l’Ospedale St Luke di Wolisso, il più importante ospedale non governativo dell’Etiopia, offre un servizio qualificato e specialistico a circa 1 milione di persone. Conta 144 posti letto e nel 2007 ha realizzato oltre 52.000 visite ambulatoriali, 7.816 ricoveri e 2.213 parti.

Il progetto di sanità pubblica, che parte da un’approfondita analisi della realtà sanitaria territoriale e delle esigenze effettive della popolazione, sarà realizzato in collaborazione con le autorità sanitarie locali e con il beneplacito dei leader dei villaggi. Intende aprirsi al secondo e terzo livello del sistema sanitario (distretto e comunità) attraverso la costruzione e riabilitazione di Centri di salute, la formazione del personale sanitario distrettuale con corsi di aggiornamento e supervisioni, per raggiungere tutti i villaggi e le zone rurali più lontane; la copertura dei servizi materno-infantili; l’espansione del programma di vaccinazione e di clinica pre-natale. Il tutto per servire una popolazione di circa 400.000 abitanti.

«Noi siamo Medici con l’Africa perché intendiamo offrire, sul piano della professionalità e della testimonianza, la nostra collaborazione alle autorità e alle istituzioni locali lavorando insieme e cercando insieme i mezzi e i modi più appropriati e fattibili per tentare di risolvere, con possibilità di successo, i loro problemi. Questo è il nostro impegno e il nostro compito. Non abbiamo altre finalità di nessun genere, se non il bene dell’Africa», ha concluso don Luigi Mazzucato.

Per maggiori informazioni
Ufficio Stampa Medici con l’Africa Cuamm
Linda Previato - Tel. 049.8751279
Mob. 340.6920505 - Fax 049.8754738
E-mail: l.previato@cuamm.org

La compassione è più cristiana della solidarietà

POVERI. Condivisione e assistenza globale
«La compassione è più cristiana della solidarietà»

Così il professor Aldo Morrone, primario del San Gallicano, definisce l’esperienza ventennale di un gruppo di medici che, tra le mura dell’antico ospedale romano, offre assistenza gratuita a chi ne ha bisogno. Un’iniziativa che ha avuto il voto di “eccellenza” dall’Organizzazione mondiale della sanità

di Alba Arcuri



All’inizio ci avevano assegnato la stanza più fredda e buia dell’ospedale: la camera mortuaria. Era lì che visitavamo i nostri pazienti clandestini». Sorride Aldo Morrone quando ricorda gli inizi della sua carriera di medico, anche a dispetto dell’immagine un po’ macabra. Oggi, dopo vent’anni di attività, Morrone è primario di Medicina preventiva delle migrazioni e di Dermatologia tropicale all’Ospedale San Gallicano di Roma. Ed è responsabile di uno dei rari ambulatori pubblici dove si curano pazienti “irregolari”; quelli senza documenti oppure non iscritti al Servizio sanitario nazionale.
Un’immagine del villaggio di Zala Ambesà nella regione del Tigray, in Etiopia, dove verrà realizzato un centro sociosanitario per i rifugiati

Entrando nell’antico edificio ospedaliero, nel cuore di Trastevere, pochi sanno che quell’ambulatorio deve la sua origine all’intraprendenza di un gruppo di giovani cattolici. Erano gli anni Settanta, e Morrone, non ancora laureato in Medicina, insieme ad altri studenti provenienti dall’esperienza dell’o­ratorio, aveva deciso di dare vita a un esperimento che coniugasse la professione medica con lo spirito missionario. E per far questo non c’era bisogno di andare lontano. Roma era già una terra di missione: di senza fissa dimora erano piene le strade e poi c’erano i poveri del quartiere. Prima del 1978 non esisteva ancora il Servizio sanitario nazionale e i medici della mutua – ricorda Morrone – erano, a volte, semplici “ricettaroli”. Così, in via delle Azalee, nel quartiere popolare di Centocelle, nasceva un primo centro sociosanitario di base dove studenti, medici e infermieri offrivano assistenza gratuita a chi ne aveva bisogno.
Nei primi anni Ottanta, dopo la laurea, Morrone è assunto al San Gallicano. La fascia dei “poveri” si sta sempre più allargando. Cominciano ad arrivare in massa gli immigrati: dalle Filippine, dall’Africa. «Potevamo visitarli solo al termine dell’orario di servizio, e soprattutto in assenza di “ospiti” nella camera mortuaria», racconta il primario.
Si trattava – e si tratta tutt’ora – di una categoria di persone che accede agli ospedali soltanto attraverso il pronto soccorso, quando c’è un’urgenza. Morrone e i suoi amici-colleghi volevano dare a costoro la stessa dignità di “pazienti” che spetta a tutti gli altri cittadini. Combattere le malattie infettive e contagiose da cui erano afflitti, la denutrizione, la scarsa igiene, avrebbe significato “recuperarli”, non solo dal punto di vista medico, ma anche dal lato umano.
La svolta, se così possiamo definirla, arrivò nel ’96, quando vennero loro concesse due stanze in cui pioveva dal tetto, «ma col vantaggio che non c’era il cadavere».
Oggi, le strutture sono più adeguate. Non siamo in un girone infernale. Nei corridoi bianchi e puliti stanno in fila persone molto diverse tra loro. C’è un barbone che viene qui ogni mattina: «Gli offriamo un cappuccino al bar e con questo pretesto gli facciamo prendere le medicine», spiega Morrone. C’è un sudanese con l’immancabile borsone che attende per un certificato di buona salute, con il quale accedere a una delle case di accoglienza della città. Poi c’è la signora ucraina, una badante clandestina: «La regolarizzazione costava troppo e la mia padrona non ha voluto», si giustifica. E poi si infila nella porta dello studio medico. C’è anche un napoletano che mi ferma: «Lei dovrebbe scrivere che ci siamo anche noi. Gli italiani. Non solo gli stranieri». Ha una storia pesante alle spalle, che lo ha portato a vivere tra i cartoni e a mangiare alla mensa della Caritas. Gli italiani ci sono, è vero. E non si tratta soltanto di poveri. C’è chi si informa sulle malattie tropicali prima di partire per un viaggio esotico. Ci sono perfino attori e personaggi famosi perché questo Istituto è considerato all’avanguardia per la cura delle malattie dermatologiche e contagiose.

Il professor Aldo Morrone, il quarto da sinistra, e il professor Maurizio Simmaco, il primo da destra, insieme ad alcuni operatori locali all’interno della tenda-ospedale di Zala Ambesà
I medici che operano nell’ambulatorio sono tutti dipendenti pubblici dell’Istituto San Gallicano. Non volontari dunque. Essi garantiscono a tutti i pazienti, italiani o stranieri, nomadi o clandestini, con o senza documenti, il diritto a usufruire delle prestazioni previste dal Servizio sanitario nazionale (visite, analisi, esami). E questo nonostante la legge Bossi-Fini (n. 189/2002) preveda l’iscrizione al Ssn per i soli immigrati regolari o in possesso di tesserino sanitario. «Noi li consideriamo tutti pazienti», dice il medico di turno, e spiega che non c’è nulla, in tutto questo, di illegale. «Ci appelliamo al giuramento di Ippocrate e all’articolo 32 della Costituzione». Quello che prevede il diritto alla salute per tutti.
A coadiuvare il lavoro dei medici ci sono i mediatori culturali, volontari non per vocazione ma per necessità: «Hanno sperato che io, prima o poi, avrei trovato un finanziamento per retribuirli dell’attività svolta qui dentro», spiega Morrone. I mediatori non si limitano a fare da interpreti con gli stranieri. Danno loro indicazioni su documenti o certificati, a volte cercano per loro un alloggio. Se si tratta di vittime di torture, di richiedenti asilo, di prostitute, offrono loro un sostegno. Se arrivano donne infibulate, chiedendo di essere curate, sanno interpretare le loro richieste. Anche in occasione della sanatoria per gli immigrati il loro apporto è stato prezioso. Nei mesi scorsi una stanzetta al piano terra si è trasformata in una succursale della Prefettura, dove gli immigrati potevano chiedere informazioni sul percorso della domanda di regolarizzazione.
Accoglienza globale, dunque, in cui la salute è solo uno degli aspetti.
Le attività non sono racchiuse tutte entro le mura del San Gallicano. L’Istituto opera, mediante progetti, anche in Africa, in India, in Cambogia, in Brasile, spesso cooperando con istituti religiosi. L’esperienza più significativa è quella africana. Ce ne parla un medico, Luigi Toma, anche lui dipendente del dipartimento di Medicina preventiva delle migrazioni al San Gallicano. È appena tornato dal Tigray, in Etiopia. Insieme ad altri colleghi presta servizio nel piccolo ospedale nel villaggio di Quihà, a Macallè, dove si curano malattie infettive gravi, e in un ambulatorio a Garbò, un piccolo villaggio a sud. Il dottor Toma è un fiume in piena quando descrive la sua esperienza in quel pezzo di Corno d’Africa. Dove l’acqua è un bene tanto prezioso che le donne percorrono anche dieci chilometri al giorno per una giara piena. Dove un decennio di guerra tra Etiopia ed Eritrea, oltre ai morti, ha lasciato bambini malati di Aids, figli – illegittimi – dei soldati. Ci spiega che la gente è restia a trattare con i medici: non ha la consapevolezza di averne bisogno, se non quando c’è il rischio di perdere la vita. Occorre conquistarsi la loro fiducia tutti i giorni e per farlo occorre “prenderla alla lontana”. Offrendo cibo, istruzione, acqua, energia elettrica. In una parola: risposte ai bisogni. Per questo è stato fondamentale l’incontro con Franca e Carlo Travaglino, fondatori dell’Hewo (Hansenians’ Ethiopian and Eritrean Welfare Organization), un’associazione cattolica di volontariato, nata nei primi anni Settanta come comunità operativa a favore dei malati di lebbra. I coniugi Travaglino sono un po’ in là con gli anni ma ancora attivi: il dottor Toma ce li presenta con orgoglio. In trent’anni, oltre a offrire assistenza ai malati, hanno realizzato scuole, corsi di falegnameria, di ceramica, di cucito, campi agricoli. All’ospedale di Macallè, ad esempio, hanno organizzato un corso di alfabetizzazione per i pazienti ricoverati. Mentre nell’ambulatorio di Garbò è attiva una scuola materna ed elementare con servizio di mensa. Accanto all’ambulatorio, c’è un campo agricolo fornito di pozzo, pompa, centralina elettrica che serve, in parte, a soddisfare il fabbisogno dei bambini e del personale. La formula è quella dell’autosostentamento: dipendere il meno possibile dai fondi per la cooperazione. E agire a livello locale unendo le forze.
Quando chiediamo a Morrone di spiegarci il perché di tutto questo, perché spingersi tanto lontano, ci risponde: «Tutti sentiamo la necessità di chiederci il perché. Perché il dolore, perché la sofferenza?». Ed è per trovare una risposta che questo gruppo di ottanta amici, tra medici, operatori sanitari, mediatori provenienti da varie parti del mondo e di diversa religione (ci sono musulmani, animisti, buddisti), periodicamente si incontra, a Roma, presso il monastero dei Santi Quattro Coronati, accolto dalle suore agostiniane. Un incontro di riflessione, di confronto.
«Negli anni Settanta, quando abbiamo cominciato, era opinione comune che chi si occupasse di sociale fosse un cattolico-comunista» conclude Morrone. «Noi, invece, eravamo convinti che condividere la sofferenza con i poveri significasse mettersi in ascolto della Parola di Dio. Una Parola che tante volte avevamo ascoltato e letto in Chiesa». Forse è per questo che non ama il termine solidarietà, “troppo efficientista”. Preferisce compassione, dal latino cum patire, condividere la sofferenza.

CORNO D’AFRICA

ANALISI. Si stava meglio quando si stava peggio
Rovinati dall’89

Intervista con Claudio Moffa docente di Storia ed istituzioni dei Paesi afroasiatici. Il continente africano è preda di convulsioni mai viste: guerre, carestie, deportazioni di massa. Ed è sempre più ai margini dello sviluppo economico globale del pianeta. Dalla fine dell’era dei due blocchi la deriva continua...

Intervista con Claudio Moffa di Gianni Valente



Il nuovo calvario dell’Africa sembra senza fine. Nel turbinare di guerre e carestie, pulizie etniche e deportazioni di massa che esplodono in ogni angolo del continente, solitamente oscurate dal circuito massmediale, si finisce spesso per perdere di vista il quadro generale. Il professor Claudio Moffa, 50 anni, docente di Storia e istituzioni dei Paesi afroasiatici all’Università di Teramo, offre constatazioni e analisi illuminanti sulle congiunture di fondo che hanno sprigionato il nuovo inferno in cui sembra perdersi il Continente nero.

Un bambino etiope cerca un po’ d’acqua tra i barili. L’acqua sarà alla base dei conflitti del prossimo futuro

Professore, da dove partono i tormenti che dilaniano di nuovo ogni angolo dell’Africa?
CLAUDIO MOFFA: Un punto di svolta decisivo nella storia dell’Africa postcoloniale si colloca tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, in concomitanza con la scomparsa dell’assetto mondiale bipolare e la maturazione di una serie di situazioni economiche dovute ai piani d’aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario internazionale a diversi Paesi africani. In quella fase si enfatizzarono grandi speranze di sviluppo democratico, si fece circolare un “afro-ottimismo” economico, illusioni di un decollo del continente che – si diceva – avrebbe risolto i problemi e i conflitti che avevano afflitto l’Africa nella fase bipolare. In realtà, è avvenuto il contrario. Nell’ultimo decennio le sofferenze reali dei popoli africani sono aumentate. Per quanto sia, il blocco socialista aveva rappresentato in Africa un deterrente, un fattore di bilanciamento che, ad esempio, aveva favorito lo spazio di manovra dei molti Paesi africani non allineati. Che, non a caso, nei fatti non esistono più. La stessa categoria del non allineamento è sparita dal campo delle definizioni geopolitiche. Se si eccettua il particolare positivo – pur tra mille limiti – della fine dell’apartheid in Sudafrica, il quadro dell’Africa postbipolare è segnato da un drammatico regresso: più guerre di prima, e guerre più sanguinarie di prima con massacri, mutilazioni, nessuna pietà verso le popolazioni civili. Sembra saltato anche quel minimo di remore umanitarie che prima si conservava nei conflitti. E, alla base, c’è un generale peggioramento economico, che alimenta lo scatenarsi delle guerre.
Come si delinea questo legame tra impoverimento economico e aumento delle guerre?
MOFFA: Il debito estero, negli ultimi 15 anni, è stato lo strumento con cui si è fatta pressione sui governi africani affinché privatizzassero e svendessero le risorse nazionali. C’è stato uno smantellamento della spesa pubblica e della vigilanza dello Stato in economia, che in Africa aveva una tradizione anche nei Paesi più lontani dal blocco socialista, visto che la decolonizzazione si era manifestata a livello economico con un forte impulso alla nazionalizzazione delle risorse. Questo saccheggio delle risorse nazionali africane operato dal grande capitale finanziario transnazionale, alimenta per reazione l’ansia di saccheggio delle risorse tra un Paese e l’altro, tra un gruppo etnico e l’altro. La torta è più piccola e si litiga di più. Assistiamo così, negli ultimi dieci anni, a una decomposizione del modello stesso di Stato africano postcoloniale. Aggredito dall’alto dal debito estero internazionale, dal grande capitale finanziario che all’insegna della globalizzazione impone le sue regole e i suoi interessi. E dal basso, dall’esplosione di secessionismi etnici, separatismi che sullo sfondo della tradizionale frammentazione africana si esprimono in forme più estreme che nel passato.
Quali fattori contraddistinguono la nuova esplosione di separatismi su base etnica?
MOFFA: A partire dagli anni Ottanta, si assiste a un mutamento degli equilibri interetnici che riportano in auge vecchi rapporti egemonici di epoca coloniale o addirittura precoloniale. Per fare un esempio scomodo, nella regione dei Grandi Laghi, dopo i massacri tra hutu e tutsi, si assiste a un ritorno al potere della minoranza tutsi, all’imposizione di governi monoetnici che comporta quasi meccanicamente una perdita di democrazia, visto che i tutsi sono una minoranza del 10%. Ma anche nel Corno d’Africa l’indipendenza dell’Eritrea ripristina un confine artificioso, inventato dal colonialismo italiano, che divide tre popolazioni dell’altopiano etiopico, negando quell’accesso al mare alle popolazioni etiopiche che è documentato fin dal regno di Axum. E dentro l’Etiopia stessa, mentre la rivoluzione del ’74, al di là del giudizio sul regime di Menghistu, aveva comportato l’ascesa sociale dell’etnia maggioritaria oromo, adesso, col ritorno al potere di un tigrino, il presidente Meles Zenawi, ridiventa egemone quell’etnia minoritaria tigrina che insieme all’etnia amhara aveva sempre rappresentato in Etiopia il blocco dominante. Davanti a questo fenomeno, anche la politologia terzomondista “progressista” sembra aver perso ogni bussola. Da una parte è afflitta da una sorta di cretinismo guerrigliero, per cui chiunque imbraccia il fucile diventa automaticamente il buono, il partigiano. Dall’altra, è caduta nella trappola del mito astratto e astorico del principio di autodeterminazione dei gruppi etnici, da applicarsi sempre e comunque, e le cui applicazioni hanno in realtà causato disastri immani, come in Iugoslavia. Estremizzando il diritto di autodeterminazione dei gruppi minoritari, che spesso in passato costituivano le élite egemoni, si finisce per non tenere in nessun conto i legittimi diritti dei gruppi maggioritari. In generale, si assiste a un ritorno indietro della storia e della geografia interetnica africana.
Come interferiscono in questo quadro i rapporti di forza internazionali?
MOFFA: Le potenze, ovviamente, intervengono sulla base dei conflitti esistenti. In generale, si può dire che anche in Africa, come nei Balcani, come nelle crisi del Golfo, l’Europa è debole e passiva davanti all’aggressività angloamericana che dilaga, se si eccettua qualche sotterfugio francese come quello di vendere armi all’Etiopia. La strategia americana si presenta con un approccio liberista, quello messo in scena dalla tournée africana di Clinton di due anni fa e scimmiottato dai suoi alleati africani. Si pensi che Museveni, il leader ugandese filo-Usa, se ne uscì due anni fa vantando il flottante della Borsa di Kampala come indice di sviluppo del Paese. Una vera aberrazione, detta dal capo di un Paese con problemi tragici di sottosviluppo. Al di là della propaganda liberista, la politica africana degli States mostra, come accade sugli altri scenari, una sensibilità variabile e a volte ipocrita, che si modella in base ai propri interessi di egemonia. Così, due anni fa, Etiopia ed Eritrea erano ambedue alleati di Washington, e allora Clinton poteva dichiararsi «indifferente» alla guerra. Adesso è l’Eritrea che sembra godere dell’appoggio americano. Gli Usa, nella zona, hanno fatto una scelta di campo individuando come nemico principale il Sudan, visto come il rappresentante di quel blocco islamico demonizzato dall’amministrazione Clinton, molto più che dai precedenti governi repubblicani. Da questo punto di vista, i democratici in politica estera appaiono molto più arretrati e rigidi rispetto alla precedente scuola repubblicana.
Le risorse economiche africane, nello scenario da lei descritto, sono già state vampirizzate dai meccanismi del capitalismo globale, subendo un danno irreversibile. In questo quadro, non si rischia, anche nel mondo cattolico, di esagerare gli effetti positivi della cancellazione del debito estero?
MOFFA: Quando, quindici anni fa, Fidel Castro parlò per la prima volta della cancellazione del debito estero, si trattava di un discorso di assoluta rottura. Oggi, per carità, si deve fare tutto il possibile per cancellare il debito. Ma i 15 anni trascorsi con questa spada di Damocle hanno già prodotto quegli effetti di privatizzazione e di svendita dei patrimoni nazionali che erano stati la conquista della fase alta della decolonizzazione. Il debito estero ha già svolto la funzione storica di ricatto sulle economie del Terzo Mondo, costringendo i governi a svendere all’Occidente le risorse nazionali. Ridurlo adesso, magari per pulirsi la coscienza, è più facile.

Nuovo nunzo in Etiopia

Il 24 ottobre è stato nominato nunzio apostolico in Etiopia e delegato apostolico in Somalia l’arcivescovo siro-malabarese indiano George Panikulam, 66 anni, dal 2003 rappresentante pontificio in Mozambico. Sacerdote dal 1967, Panikulam è entrato nel servizio diplomatico nel 1979 e ha prestato servizio in Canada, Venezuela, Germania, Brasile e alla sede Onu di New York. Nel 1999 è stato eletto arcivescovo e nominato nunzio in Honduras, dove è rimasto fino al 2003.

Benedetto XVI ha nominato Nunzio Apostolico

Benedetto XVI ha nominato Nunzio Apostolico a Gibuti monsignor George Panikulam, Arcivescovo titolare di Arpaia, Nunzio Apostolico in Etiopia e delegato apostolico in Somalia, secondo quanto ha annunciato questo giovedì la Sala Stampa della Santa Sede. Monsignor Pakinulam è nato a Puthenchira (India) il 26 ottobre 1942. E' stato ordinato sacerdote l'11 marzo 1967 e si è incardinato a Irinjalakkuda. E' laureato in Sacra Scrittura. Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 15 aprile 1979, ha prestato la propria opera successivamente presso le Rappresentanze Pontificie in Canada, Venezuela, Germania e Brasile, ed è stato Consigliere della Rappresentanza della Santa Sede presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite a New York. Giovanni Paolo II lo ha nominato il 4 dicembre 1999 Nunzio Apostolico in Honduras, elevandolo alla dignità arcivescovile, e il 3 luglio 2003 Nunzio Apostolo in Mozambico. Benedetto XVI lo ha nominato il 24 ottobre scorso Nunzio Apostolico in Etiopia e delegato apostolico in Somalia. A Gibuti, Paese di mezzo milione di abitanti, per il 94% musulmani, ci sono circa 10.000 cattolici. Il Vescovo è il missionario Giorgio Bertin, O.F.M.

Intervista a Sua Ecc. mons. Silvano Tomasi, Nunzio apostolico

Africa/Etiopia - Nel Corno d'Africa la fede può aprire la strada della riconciliazione, del mutuo rispetto e della costruzione di una società più giusta

Addis Abeba (Agenzia Fides)- Sulla grave situazione alimentare e le prospettive dell'evangelizzazione in Etiopia l'Agenzia Fides ha rivolto alcune domande a Mons. Silvano M. Tomasi, Nunzio Apostolico in Etiopia-Eritrea.
Quali sono gli ultimi sviluppi della crisi alimentare che colpisce il Paese? La comunità internazionale sta rispondendo all'appello lanciato dal governo dall'Etiopia?
Un appello congiunto è stato lanciato dal Governo etiopico e delle Nazioni Unite per documentare l'attuale crisi alimentare che attanaglia il Paese. Ci sono 11,3 milioni di persone che hanno bisogno di cibo d'emergenza ed altri 3 milioni che rischiano di aggiungersi a loro. Il fabbisogno alimentare indicato da vari enti che hanno analizzato la situazione sul terreno è di 1,4-2 milioni di tonnellate di aiuti alimentari. C'è una convergenza di voci che in questi giorni documenta senza ambiguità la fame che imperversa nelle regioni dell'Et Tigray, Afar, Somala, parte dell'Oromia e della regione Amhara, l'Heraghe. I leaders delle varie confessioni religiose sono tutti intervenuti pubblicamente a sollecitare le comunità internazionale perché dia una risposta generosa per salvare le vite di questa popolazione. In particolare, segnalo gli appelli lanciati dal Joint Ethiopian Religious Leaders Peace Committee, che è il Comitato per la per la pace tra Etiopia ed Eritrea (questo paese ha 2,3 milioni di persone a rischio fame); dal Joint Relief Partnership, che vede lavorare insieme per l'emergenza ortodossi, cattolici ed evangelici; da vari organismi nazionali e internazionali di volontariato.
Il prossimo raccolto è previsto per i mesi di novembre-dicembre 2003. Mentre è arrivato cibo sufficiente fino a gennaio, non è chiaro quanto sarà disponibile per il resto dell'anno venturo. Nel 2002 l'Unione Europea ha assegnato 67 milioni di Euro sotto forma di assistenza umanitaria, cibo ed altro, e si è impegnata per altri 80 milioni di Euro per il 2003. Anche gli Stati Uniti e altri Paesi hanno sottoscritto impegni analoghi.
Al di là dell'emergenza del momento, dobbiamo riflettere sul perché ogni anno 4-5 milioni di persone in Etiopia hanno bisogno di assistenza e cibo. Anzi, secondo alcune ricerche, si sta verificando un progressivo impoverimento della popolazione. Con l'85% delle popolazione impiegata in un'agricoltura di sopravvivenza e sempre più vulnerabile a causa delle ricorrenti e sempre più frequenti crisi, la ricerca di nuove politiche sociali ed economiche pare improrogabile. Le riforme strutturali, però, toccano sensibilità politiche e di preservazione del potere che lasciano spazi molto limitati per creare mercati che funzionino, industrie...
Lei ha visitato di recente alcune missioni. Ci può descrivere quale situazione ha trovato e l'azione dei missionari?
Tra le regioni più colpite dall'attuale siccità c'è quella dell'Haraghe, nel sud-est etiopico. Qui si incontreranno i Vescovi dell'Etiopia il prossimo 18-19 dicembre per l'inaugurazione degli uffici del Segretariato Cattolico, molto attivo sia nella risposta all'emergenza che in programmi di sviluppo a largo respiro. Ho visitato poi nel sud la regione dei Borana, dove i Padri Spiritani stanno da anni collaborando con la popolazione locale, con un'attenzione particolare ai giovani attraverso l'educazione, e portando avanti progetti idrici e di prima evangelizzazione. In questa regione le Medical Missionaries of Mary forniscono l'unica assistenza medica disponibile. Nell'ovest, infine, nelle regioni di Wellega e dei Benyshangul-Gumuz, giovani sacerdoti diocesani, sacerdoti fidei donum della Colombia, le Figlie di Sant'Anna, le Suore Comboniane e altre religiose danno una testimonianza preziosa attraverso scuole, cliniche, centri di prima evangelizzazione. I valori cristiani diventano il vero motore di uno sviluppo integrale, efficace e duraturo.
Ci può descrivere lo stato dei rapporti tra le diverse Chiese cristiane in Etiopia e l'andamento del dialogo interreligioso?
Negli ultimi anni sono stati fatti passi positivi nel complesso pianeta religioso etiopico. La maggioranza dei 67 milioni di abitanti sono Ortodossi, ma i Musulmani non sono molti di meno. Protestanti e Cattolici sono piccole minoranze, anche se vivaci e attive. Con la guerra tra Etiopia ed Eritrea del 1998 è nato uno sforzo di collaborazione per la pace da parte di tutti i leader religiosi. È auspicabile che si arrivi ad un Consiglio delle Chiese d'Etiopia e parallelamente dell'Eritrea, e poi ad uno tra fedi diverse. Nel contesto tormentato e spesso conflittuale del Corno d'Africa la fede può aprire la strada della riconciliazione, del mutuo rispetto e della costruzione di una società civile dove attori diversi contribuiscono con i loro talenti al benessere comune. I Cristiani, Ortodossi, Cattolici e Protestanti, e i Musulmani si incontrano più frequentemente, cercano di conoscersi e di rispondere assieme alle emergenze. In momenti come le ordinazioni episcopali e le festività particolari si nota sempre più una partecipazione di tutte le comunità religiose. Il cammino è ancora lungo, ma lo Spirito del Signore è all'opera. (L.M.) (Agenzia Fides 12/12/2002)