Stemma Cardinalizio

Stemma Cardinalizio
Creato Cardinale 25.05.1985

Storia personale

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TZADUA, Paulos (1921-2003) Birth . August 25, 1921, Addifini, eparchy of Asmara of Eritreans, Eritrea. Education . Seminary of Cheren, Asmara; Italian Lyceum "Ferdinando Martini", Asmara; Catholic University of Sacred Heart, Milan, Italy (doctorate in law). Priesthood . Ordained, March 12, 1944. Pastoral work in Asmara, 1944-1946; in the mission of Guarghe, south of Addis Abeba, 1946-1949. In Eritrea, faculty member, Minor Seminary, 1949-1953; further studies, Asmara, 1949-1953; in Milan, Italy, 1953-1958. Secretary to the bishop of Asmara and to the archbishop of Addis Abeba, 1960-1961. Secretary general of the Episcopal Conference of Ethiopia. In Addis Abeba, pastoral work with university students and service as archdiocesan curia official; faculty member, University of Addis Abeba, 1961-1973.

domenica 30 maggio 2010

Tutta la verità su Zeret inferno italiano in Etiopia


di Antonio Marino
Ad usare materialmente i gas proibiti, arsina e yprite, all'imbocco della caverna di Zeret, durante la guerra in Etiopia - uno degli episodi più agghiaccianti di quella campagna - fu un sergente maggiore del plotone chimico della divisione Granatieri di Savoia, Alessandro Boaglio. Tornato in Italia dopo la prigionia in un campo inglese, il sottufficiale non riuscì mai a dimenticare l'orrore di quella giornata e cercò di trasmetterne la memoria rielaborando un suo diario in un quadernetto di memorie coperto di una fitta scrittura a mano. Ritrovato da suo figlio, Giovanni, quel documento di eccezionale interesse è stato trasmesso a un giovane storico, Matteo Dominioni, che con Giovanni Boaglio ne ha ora curato la pubblicazione.
Nell'introduzione al volume, Matteo Dominioni, allievo di Angelo del Boca e autore di "Lo sfascio dell'impero" (studio sul colonialismo italiano in Etiopia, nel quale già venivano approfondite le circostanze e le modalità della strage di Zeret) confessa essergli toccata in sorte una testimonianza unica, invano inseguita per tanto tempo da tanti storici e di non aver mai letto, malgrado anni di ricerche sull'occupazione militare dell'Etiopia, un documento «così crudo» di parte italiana. Sono giudizi che la lettura del diario consente a chiunque di ritenere non iperbolici. Anche se in realtà, accanto alla franca sottolineatura di episodi che gettano una luce tragica sull'occupazione italiana - oltre a quello, centrale, di Zeret, va ricordata almeno la durissima repressione messa in atto a Addis Abeba nel febbraio del '37 dopo l'attentato a Rodolfo Graziani, con lo sconvolgente bilancio di undicimila vittime - il memoriale offre anche il resoconto di una lunga serie di vicende personali, minute, quotidiane, e di scarso rilievo politico-militare, ma di innegabile interesse umano, preziose per capire l'approccio a una realtà così diversa da quella italiana da parte di un giovane soldato.
Dominioni nota esplicitamente come, al contrario di altri, Boaglio non ecceda in esotismo gratuito, ma preferisca lasciarsi andare ogni tanto a qualche notazione bonariamente ironica, che non di rado mostra tutto il distacco fra la retorica ufficiale e le valutazioni quotidiane, personali, degli italiani in colonia. Così, il giovane sottufficiale parla ad esempio di resistenti etiopi visti penzolare dalla forca non come ribelli e banditi, ma come di «eroi dell'altra sponda». Del resto, la realtà appare sotto una serie di altri aspetti assai diversa da come la si vorrebbe presentare. La "barbarie" degli etiopi agli occhi di Boaglio è un'altra cultura, non priva di attrattiva, che egli si dispone ad esplorare frequentando i tucul e cercando addirittura di imparare qualche parola della lingua locale, per entrare in più diretta sintonia con quelli che avrebbero dovuto essere semplicemente i nemici ormai vinti. Lo stesso atteggiamento il sergente maggiore lo riserva ai rapporti di natura più intima con le indigene. Come rileva Dominioni, «l'autore (…) descrive tutta una serie di episodi in contraddizione palese tra quanto auspicato dal regime e invece quanto avveniva nella realtà (…). D'altronde alle autorità del regime non sarebbe stato possibile reprimere un fenomeno di massa e controllare decine di migliaia di giovani. Nei fatti, la legislazione razziale servì per mostrare un volto duro e integerrimo del fascismo ma la cosa più grave è che divenne un deterrente per esercitare un ricatto nei confronti di un vasto numero di persone». Ma il cuore vero del memoriale è la grotta di Zeret. «È - scrive l'autore nell'introduzione - un documento straordinario su una delle più efferate stragi avvenute in Etiopia; è una testimonianza unica nella storia coloniale. Non esistono da parte italiana descrizioni così lucide su una strage. Si consideri inoltre che a scrivere è uno degli esecutori e che egli descrive minuziosamente (...) l'impiego degli aggressivi chimici». In questo capitolo non c'è più traccia dei colori e dei profumi di un Paese esotico, o della sua cultura e delle sue tradizioni, o della sua lingua cantante. C'è solo una cappa pesante di orrore e la consapevolezza dolorosa di esserne gli artefici. L'uso dell'yprite è tale che lo stesso Boaglio ne viene contaminato e viene riconosciuto invalido di guerra. Ma chi è nella grotta si trova in una spaventosa trappola dove l'alternativa è quella di soffocare per l'arsina che la invade o uscire per finire sull'yprite o centrati dalle pallottole degli italiani. La scena da inferno dantesco si conclude tuttavia con una nota di speranza: in mezzo al gas, ai cadaveri, alle teste mozzate, al sangue, una giovane dà alla luce un bambino. È la rivincita della vita sulla follia devastante dell'uomo.

L’Etiopia ridotta alla fame dà cibo ai ricchi Paesi arabi

Il vento sferza seicento schiene quasi tutte piegate a terra, una terra fertile e rigogliosa. I foulard colorati delle operaie svolazzano nel cielo terso della Rift Valley, una cinquantina di chilometri a sud di Addis Abeba. Qui si raccoglie la verdura degli sceicchi, che a Gedda o Dubai pagheranno a caro prezzo i broccoli “Agassi” raccolti da mani callose per una paga di 75 centesimi di euro al giorno. Nel blocco “3 B”, due campi più in là rispetto ai cavolfiori, cresce la lattuga che qualcuno gusterà in una altrettanto costosa insalata servita in un ristorante degli Emirati. La verdura globale si mangia nel Golfo arabo ma cresce in quest’azienda agricola di 70 ettari in Etiopia, uno dei Paesi più affamati dell’Africa con oltre 10 milioni di persone bisognose di assistenza alimentare. Con una dozzina di grandi laghi, altrettanti corsi d’acqua principali e oltre 3,5 milioni di ettari di terra irrigata, l’Etiopia è il «sogno blu» per gli investitori dell’arido Golfo arabo.

I sauditi dal 2015 cesseranno la produzione di cereali sul proprio territorio per decentralizzarla, soprattutto in Africa. Non hanno acqua nel loro deserto. Qui sotto, invece, di acqua ne scorre tanta. «L’irrigazione non è un problema, abbiamo scavato cinque pozzi», spiega Tibebe Demeke, direttore della Jittu, società che da circa un anno coltiva ed esporta ortaggi a foglia verde.
Più che con l’aratro, i campi sembrano tracciati col righello. Accanto alle grandi serre usate per la crescita dei germogli, le file di sedano e prezzemolo sono incastonate in geometrie impeccabili. Passa anche dall’Etiopia la nuova «corsa alla terra» africana. Terra ubertosa ma soprattutto quasi gratuita.

AAA AFFITTASI TERRE
La proprietà dei latifondi resta del governo, ma mezzo secolo d’affitto costa davvero poco agli investitori stranieri. «Pochissimo, quasi nulla» assicura Messele Fisseha, un ricercatore di Addis Abeba. Nell’ordine di una manciata di dollari all’ettaro, per concessioni di decine d’anni su immensi appezzamenti. Gli attivisti lo chiamano “land grabbing”, accaparramento della terra. Ma in Etiopia è lo stesso governo ad offrire – o svendere, secondo alcuni – i suoi campi. «Incoraggiamo gli investitori motivati e seri a impegnarsi nel settore agricolo» si legge sul volantino del ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale. Da pochi mesi è stata creata anche un’apposita «agenzia di sostegno agli investimenti», per convincere società straniere a scommettere pregiata valuta estera (indispensabile al governo) nell’Eldorado verde del Corno d’Africa. Il dicastero etiopico garantisce che dei 74 milioni di ettari coltivabili solo 12 milioni sono usati dai contadini locali. Il resto può soddisfare quelli che l’organizzazione non governativa spagnola Grain definisce «nuovi colonizzatori». Che vengono dal vicino Golfo arabo ma anche da Cina, Egitto, Corea del Sud e India.
Da Bangalore arriva la Karuturi, numero uno al mondo nell’esportazione di rose recise e già attiva in Etiopia nel settore della floricoltura. Nello Stato di Gambella, al confine col Sudan, ha da poco avviato la produzione di riso. Da quelle parti, il governo federale di Addis Abeba mette a disposizione tra gli altri un lotto di 385mila ettari, equivalente da solo alle superfici delle province di Milano e Bergamo.
Su Wellega Road, appena fuori dalla capitale, si vedono le grandi “green house”, le serre usate per floricoltura e orticoltura. Inerpicandosi verso Wenchi, un vulcano spento dove apicoltori e guide turistiche sono sostenute da un progetto dell’italiana Slow Food, appare evidente invece il frazionamento dei piccoli terreni dei contadini: un mosaico dalle mille toppe verdi.

IL PARADOSSO DELL’ARATRO

Scendendo verso la regione del Guraghe, si tagliano valloni fertili e rigogliosi. Visto da quest’angolo dell’Etiopia, non ci si spiega perché il secondo Paese più popoloso dell’Africa non riesca a raggiungere l’autosufficienza alimentare.
«È un paradosso: la maggior parte degli etiopi è costretta a coltivare solo piccoli appezzamenti, su cui a malapena sopravvive» osserva un funzionario dell’ufficio di Addis Abeba della Banca mondiale, che chiede l’anonimato. Spiega che il programma “Safety Net”, finanziato dai donatori internazionali con 500 milioni di dollari l’anno, garantisce cibo o soldi in contanti a 8 milioni di etiopi in cambio di un mese di lavoro all’anno per la loro comunità locale. «Appare evidente – aggiunge – il contrasto tra i grandi lotti ceduti per fini commerciali agli stranieri e i piccoli terreni riservati alla sussistenza per 65 milioni di contadini», su una popolazione di 80 milioni.
Ad Awassa, circa 300 chilometri a sud della capitale, la Saudi Investments del miliardario saudita Mohammed al-Amouni (etiope di nascita) sta costruendo un modernissimo impianto di lavorazione degli ortaggi, in vista di ulteriori acquisizioni fino a mezzo milione di ettari. Nel Guraghe, invece, l’aratro è trascinato dai buoi.

A Getche, non lontano dal capoluogo regionale Welkite, anche la famiglia di Getachew s’affida a due stanche bestie da soma per arare un campicello. Il duro lavoro agricolo permette di sopravvivere dentro un tukul, la tipica capanna a pianta circolare. Sotto lo stesso tetto di fascine di paglie, uno steccato di legno divide i giacigli di questo contadino, dei suoi 5 figli e degli animali. Il bue fa capolino in una sorta di open space, realizzato non per vezzo architettonico ma per necessità di razionalizzare i pochi ambienti a disposizione. Le capanne sono disposte lungo una strada sterrata che il governo sta finalmente iniziando ad asfaltare. Addis Abeba dista tre ore d’auto ma sembra una distanza infinita.

BANANO FINTO E VERO
L’unico presidio sanitario nel raggio di decine di chilometri è un dispensario gestito dalle suore siciliane Figlie della Misericordia e della Croce. Suor Francesca Shurabet, la capo-infermiera etiope, mostra un registro con l’elenco delle prestazioni nel mese di aprile 2010: 84 casi di malaria, di cui quattro falciparum, che qui continua a mietere vittime. «Oltre alle cure di base, forniamo anche un po’ di educazione sanitaria». La religiosa s’infervora quando spiega che qui si coltiva l’Ensete, il cosiddetto falso banano, del tutto simile a quello da frutto ma da cui si ricava invece la farina per il kotcho, un pane tradizionale. «Ho suggerito decine di volte ai contadini di coltivare il vero banano, che garantirebbe un minimo di fabbisogno vitaminico. Ma qui non glielo spiega nessuno». Eppure, riflette, «su questa terra butti un seme e cresce subito». Adesso lo sanno anche i cowboys dell’agrobusiness. Che cavalcano verso la nuova frontiera africana senza perdere tempo.
Emiliano Bos

lunedì 19 aprile 2010

Il Papa Benedetto XVI al pranzo per il 5° anniversario del suo pontificato (Ansa)


E' un momento di "tribolazione" per una Chiesa "ferita e peccatrice", che tuttavia confida nell'aiuto di Dio, lo ha detto papa Benedetto XVI, con un implicito riferimento allo scandalo degli abusi, durante il pranzo oggi con i cardinali residenti a Roma, organizzato oggi in Vaticano in onore del suo quinto anno di Pontificato. Ratzinger ha anche detto di non sentirsi "solo", perché avverte attorno a sé la presenza e l'appoggio dell'intero collegio cardinalizio.
“Non sono solo" - In questo momento - ha riferito l'Osservatore Romano in un breve articolo sul pranzo di oggi - il Papa "sente, molto fortemente, di non essere solo; sente di avere accanto a sé l'intero Collegio cardinalizio che con lui condivide tribolazioni e consolazioni. Il Papa si è espresso così davanti ai 46 cardinali che hanno condiviso con lui il pranzo. "Il Papa - riferisce il quotidiano vaticano - ha voluto ringraziare per l'aiuto che riceve giorno dopo giorno. Soprattutto nel momento in cui sembra vedersi confermata la parola di sant'Agostino citata dal Vaticano II, che la Chiesa ha peregrinato 'inter persecutiones mundi et consolationem Dei'".
Il Papa ha una responsabilità personale - A questo proposito il Pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, "ricordando - si legge nell'articolo - che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor più le consolazioni di Dio". "Nella Chiesa - ha spiegato - esistono due principi: uno personale e uno comunionale. Ora il Papa ha una responsabilità personale, non delegabile; il vescovo è circondato dai suoi presbiteri. Ma il Papa è circondato dal collegio cardinalizio che potrebbe essere chiamato in termini orientali quasi il suo sinodo, la sua compagnia permanente che lo aiuta, l'accompagna, lo affianca nel suo lavoro".
Sì al processo di purificazione - Anche nel suo viaggio a Malta, incontrando le vittime di preti pedofili, il Papa ha dimostrato come voglia procedere in un processo di "purificazione", è quanto scrive, in un editoriale, Gian Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano. "In questo processo di purificazione incessante la Chiesa di Roma è chiamata all'esemplarità, e questo sta facendo il suo vescovo sin dal giorno in cui è stato scelto come successore di Pietro", spiega. "Per questo - prosegue - anche a Malta Benedetto XVI ha indicato la via ai suoi fedeli e al mondo, incontrando alcune vittime di abusi da parte di membri del clero cattolico. Per dichiarare la sua vergogna e il suo dolore, per assicurare che tutto sarà fatto per ristabilire la giustizia, ma soprattutto per pregare e mostrare loro la vicinanza di Dio". "Perché - conclude Vian nell'editoriale sull'Osservatore Romano - questo è il compito principale del Papa: ripetere a ogni creatura che Dio la ama. E come nessuno Benedetto XVI sa annunciare la festa di Cristo risorto".

In Occidente cristiani sotto attacco

Non ci sono solo le persecuzioni e i massacri in Africa e in Asia, specialmente nei Paesi musulmani: l’intolleranza religiosa si fa strada in Europa e in America. Lo rivela un libro scritto da Mario Mauro, eurodeputato del Pdldi Stefano Filippi
Dall’inizio del nuovo millennio in varie parti del mondo (Europa compresa: un caso è accaduto a Bruxelles) sono stati uccisi 263 fra vescovi, preti, suore, seminaristi, catechisti. Nel solo 2009 sono stati 37 gli omicidi causati dall’odio anticristiano, quasi il doppio delle uccisioni del 2008. E il 2010 si è aperto con l’assassinio di sei cristiani copti nel villaggio egiziano di Nag Hammadi il giorno del Natale ortodosso, mentre nei giorni successivi la comunità islamica locale ha bruciato proprietà dei cristiani e danneggiato edifici. Nello stesso periodo, in Malesia sono state assalite chiese e luoghi di culto cristiani: un tipo di discriminazione di cui le minoranze cristiane sono frequentemente oggetto in numerosi Paesi ma che raramente diventano di pubblico dominio in quanto non ci sono vittime.
Questa è l’altra faccia dei limiti alla libertà religiosa dei cristiani nel mondo: ci sono le persecuzioni (gli omicidi, i ferimenti, la caccia ai cristiani) e ci sono le discriminazioni, cioè l’intolleranza, l’intimidazione, l’ostilità di natura ideologica e religiosa diffusa non soltanto in Asia o Africa, ma anche nell’Occidente. Le minoranze cristiane vivono «tra l’incudine dell’indifferenza per il fattore religioso, propria del laicismo occidentale, e il martello del fondamentalismo islamico e delle dittature comuniste. Il fattore cristiano è fonte di irritazione tanto là dove è minoranza quanto nell’ambiente politico e culturale europeo». È l’argomento di fondo del libro «Guerra ai cristiani» (Lindau) scritto da Mario Mauro, eurodeputato e capo della delegazione Pdl nel gruppo dei Popolari europei a Bruxelles. Il volume viene presentato questa sera a Verona in un dibattito con i vescovi missionari Cesare Mazzolari (Sudan) e Camillo Ballin (Kuwait) e con lo scrittore francese René Guitton, autore del recente «Cristianofobia», edito sempre da Lindau e già diventato un caso editoriale.
Mauro dal 2009 è rappresentante personale del presidente Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e le discriminazioni. Da questo osservatorio è testimone di una recrudescenza delle persecuzioni anticristiane nel mondo. I cristiani sono sotto attacco in India, dove i fondamentalisti indù hanno mietuto decine di vittime; sono discriminati in nazioni islamiche come Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Sudan, Somalia, Maldive. Vengono osteggiati in Paesi a guida comunista come Corea del Nord (che secondo l’organizzazione non profit americana Open Doors è lo Stato dove le persecuzioni sono più massicce), Cina, Vietnam, Laos, Birmania. Ma sono presi di mira anche in contesti cattolici, come nei Paesi latinoamericani dominati dal narcotraffico come Colombia e Messico a causa dell’opposizione al commercio della droga.
Le persecuzioni più cruente vengono perpetrate a «est di Vienna» (così si intitola uno dei capitoli del libro), in particolare nei Paesi a maggioranza musulmana e nei regimi comunisti. Per Open Doors, 35 delle 50 nazioni più spietate con i cristiani sono islamiche. Comprendono le stragi in Egitto, le crocifissioni in Sudan, le decapitazioni in Indonesia, i massacri in Irak dove dal 2003 a oggi sono stati uccisi 825 cristiani, tra cui il vescovo caldeo monsignor Rahho. Ma c’è anche il caso della «laica» Turchia, dove nel 2006 fu assassinato don Andrea Santoro. La Costituzione turca garantisce libertà di culto, ma lo scontro sempre più acceso tra le fazioni dei nazionalisti e dei fondamentalisti islamici nasconde crescenti sentimenti anticristiani, la cui presenza è antichissima e articolata in un’infinità di riti, lingue e tradizioni, ma in questo contesto diventano il terzo incomodo nella strategia della tensione tra i due grandi gruppi rivali.
Ma i cristiani non vengono combattuti soltanto con le armi. Discriminazioni e intolleranza sono presenti anche nell’Occidente. Crescono le restrizioni al diritto di professare liberamente la fede. Mauro racconta dello «zapaterismo» e dei recenti provvedimenti del governo canadese che limitano l’obiezione di coscienza, l’insegnamento della religione, la ridicolizzazione dei simboli religiosi, che alimentano pregiudizi e intolleranza. Secondo l’Osce, questa propaganda genera in molti casi fenomeni di violenza conosciuti come hate crimes, crimini basati sull’odio religioso. Certamente l’Occidente non va messo sullo stesso piano dei regimi di Pechino, Pyongyang o Teheran. «Tuttavia la tentazione di una discriminazione a livello legislativo nei confronti dei cristiani è reale».

giovedì 18 febbraio 2010

01/02/2010 - 14:43 - ECUMENISMO: IN LIBANO INCONTRO COMMISSIONE DIALOGO CHIESE ORTODOSSE ORIENTALI E CATTOLICA

Si è concluso ieri presso la sede del Catholicossato armeno di Cilicia in Antelias, Libano, il settimo incontro della Commissione internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali. L’incontro – si legge in un comunicato diffuso oggi dal Catholicossato armeno – si è svolto “in un clima amichevole e cordiale” sotto la co-presidenza del card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e del metropolita di Damiette, Anba Bishoy, segretario generale del Santo sinodo della Chiesa copta. Al tavolo dei lavori, con i delegati della Chiesa cattolica, hanno partecipato i rappresentanti della Chiesa copta ortodossa, della Chiesa etiope ortodossa, della Chiesa sira ortodossa, del Catholicossato di tutti gli Armeni, della Chiesa apostolica armena, della Chiesa sira del Malabar. La Chiesa di Eritrea non ha potuto partecipare all’incontro pur facendo parte della Commissione. Come è d'uso, il primo giorno (27 gennaio), le due delegazioni si sono incontrate separatamente. Poi dal 28 al 30 gennaio, hanno preso il via le sessione plenarie durante le quali i membri della Commissione hanno preso in considerazione le reazioni e le valutazione che le singole Chiese hanno elaborato riguardo al documento pubblicato lo scorso anno dal titolo "Natura, costituzione e missione della Chiesa".
Durante la sessione di lavoro, i membri della Commissione hanno svolto una serie di incontri: il 27 gennaio hanno incontrato il presidente del Libano Michel Sleiman, presso il Palazzo presidenziale e nello stesso giorno hanno fatto visita al card. Mar Nasrallah Butros Sfeir, Patriarca della Chiesa maronita. Durante un servizio di preghiera ecumenica nella cappella patriarcale, il Patriarca ha rivolto “un caloroso benvenuto ai suoi ospiti”, e ha parlato del documento approvato dalla Commissione nel gennaio 2009. Questo testo – ha detto il Patriarca, "presenta la tradizione ecclesiologica comune a tutte queste Chiese, una tradizione che è rimasta abbondante e sana, a dispetto dei 1500 anni di separazione". Egli ha parlato anche delle relazioni ecumeniche positive che esistono tra le Chiese del Libano ed ha augurato ai membri della Commissione “grande successo per il loro incontro” che è – ha detto - “un segno di incoraggiamento e di speranza”. Il 28 gennaio, i membri della Commissione sono stati ricevuti dal Catholicos Sua Santità Aram I ed in una conferenza stampa il card. Kasper ha parlato della “importanza della partecipazione dei fedeli al dialogo perché – ha detto - l’unità della Chiesa riguarda tutto il popolo di Dio e non solo i teologi”. Il prossimo incontro della Commissione si terrà a Roma presso il Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani dal 24 al 29 gennaio 2011.

domenica 31 gennaio 2010

C come Con-Tatto

Poche settimane fa ero in viaggio fra le chiese dell’altopiano etiope durante la celebrazione delle festività del Natale ortodosso. Un Natale profondamente vissuto, con migliaia di pellegrini riuniti nei cortili delle chiese e raccolti in preghiera, un Natale molto diverso dal nostro impregnato di consumismo.

… sono al monastero di Na’akuto La’ab e osservo i pellegrini inginocchiarsi ai piedi del sacerdote che con una croce non solo li benedice, ma li tocca in varie parti del corpo. Un contatto fisico che già da solo mi sembra avere poteri taumaturgici, almeno per quella gente profondamente credente. Poi avviene un piccolo incidente. Accanto a me una turista per distrazione batte violentemente il capo contro il ramo di un albero, accorre un sacerdote in suo aiuto, ma prima ancora che possa avvicinarsi, lei lo guarda e gli grida: “non toccarmi”. Lui si allontana senza pronunciare parola…

Una scena che continua a tornarmi in mente. Forse è un invito a riflettere. Ripenso alle migliaia di corpi pigiati all’inverosimile l’uno accanto all’altro dentro il cortile di Bet Maryam la notte di Natale. Ripenso ai pellegrini che si stringono ancora di più, sfidando qualsiasi legge fisica, per farmi posto alle cerimonie. Ripenso alle mani che mi toccano, mi trattengono perché io non cada dallo spalto della chiesa, alto diversi metri. E ai bambini che nei mercati cercano la mia mano. Alla gente che si saluta abbracciandosi tre volte e non limitandosi come noi all’abituale stretta di mano che mantiene le distanze. Ripenso a un ragazzo di nome Tilahun, cui mi lega una profonda affezione, che reincontrandomi dopo diversi anni continua ad abbracciarmi con una gioia semplice e pura.

Emozioni e sensazioni di “pelle”. Ma c’è anche una spiegazione più razionale per i diversi comportamenti. Un’interessante scienza dal nome strano, prossemica, studia proprio il variare delle distanze nelle diverse culture. Intorno a noi ci sono una serie di bolle virtuali che delimitano la distanza intima, quella personale per l’interazione fra amici, quella sociale fra conoscenti e quella per le pubbliche relazioni. Sembra essere un’eredità ancestrale derivata dagli animali che reagiscono con aggressività o paura alla vicinanza dell’altro, in quanto limitazione del proprio spazio vitale.

E’ importante viaggiando conoscere anche queste regole non scritte, osservare come si comportano le persone e cercare di adeguarsi per evitare situazioni di disagio o anche offensive. Ma al di là della variabilità di queste distanze a seconda della cultura di appartenenza, perché sentirci minacciati se qualcuno ci tocca? Si è allargata così tanto la nostra bolla virtuale? Viviamo in spazi urbani sempre più ristretti, ci ammassiamo dentro metropolitane, nelle discoteche o sulle spiagge, ma poi evitiamo qualsiasi contatto. Il sesso non è più tabù, ma lo è diventato invece il contatto fisico al di fuori del rapporto sessuale. Curiosiamo nella vita delle persone attraverso i social network, esterniamo fatti personali su stampa e televisione, ma nel quotidiano siamo sempre più diffidenti e ci costruiamo intorno muri virtuali e reali per proteggere la nostra privacy. E in nome della privacy, nuovo moderno feticcio, ci rendiamo la vita infinitamente più complicata. In realtà stiamo solo proteggendo la nostra solitudine.

Forse il viaggio in luoghi affollati d’umanità e non solo di gente, ci può far perdere qualche paura e far ritrovare il piacere del con-tatto, quello di pelle, diverso dai tanti contatti virtuali che affollano le nostre rubriche mail.

Consiglio due libri scritti da viaggiatori che non temono di mescolarsi alla gente su treni, corriere e taxi-brousse : Gianni Celati “Avventure in Africa” e Maruja Torres “Amor America, Un viaggio sentimentale in America Latina”, entrambi di Feltrinelli.

sabato 17 ottobre 2009

PAULOS L'Etiopia, segnata da Dio e dalla sua salvezza di Abuna Paulos


07/10/2009 - Al Sinodo è intervenuto il Patriarca della Chiesa ortodossa etiope, la più antica del Continente. Nella sua relazione, l'augurio che «Gesù torni in Africa, come fece quando era bambino». Ecco la traduzione dell'Osservatore Romano e la risposta del Papa

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Dio Uno, amen!
Cari partecipanti a questo grande incontro di cardinali e vescovi, è per me un onore e un privilegio essere stato invitato a questo grande Sinodo e tenere un breve discorso sull’Africa e sulle Chiese in questo continente. Sono grato in particolar modo a Sua Santità, Papa Benedetto XVI, che ha voluto che fossi fra voi oggi e che mi ha testimoniato personalmente il suo amore per l’Africa e il suo rispetto per la Chiesa etiopica ortodossa Tewahedo nel corso del nostro ultimo incontro fraterno qui a Roma nel giugno scorso.
L’Africa è, per grandezza, il secondo continente. È la patria di ogni genere di popolazione con una grande varietà di colori, che vivono in una situazione di armonia e di uguaglianza.
Questo spettro di colori è un dono di Dio all’Africa e aggiunge bellezza al continente. È inoltre la prova che l’Africa è un continente in cui ogni genere di persona vive nell’uguaglianza a prescindere dalla differenza di colore e di razza.
Antropologi, filosofi e accademici hanno confermato che l’Africa in generale e l’Etiopia in particolare sono in effetti la culla del genere umano. E la Sacra Bibbia conferma questa profonda convinzione. La storia, secondo il calendario etiopico, comincia da Adamo e da Noè. Vale a dire che, per gli etiopi, l’inizio del genere umano, il nostro presente e il nostro futuro sono segnati oggi e per sempre da Dio e dalla sua salvezza.
L’Africa, del cui popolo l’antica dignità è incisa sulle pietre dell’obelisco di Axum, delle piramidi egizie, dei monumenti così come nei manoscritti, non è stata solo una sorgente di civiltà. Secondo la Sacra Bibbia, l’Africa è stata anche rifugio per persone colpite dalla fame: è questo il caso degli Ebrei ai tempi di Giacobbe, quando trascorsero sette anni in Egitto.
La Sacra Bibbia afferma che gli ebrei e il profeta Geremia, che soffrirono molto per l’invasione dei babilonesi, trovarono rifugio in Etiopia e in Egitto. Quanti vivevano nella parte mediorientale del mondo trovarono sollievo dalla fame in Etiopia e in Egitto.
Lo stesso Gesù Cristo e Maria Santissima furono accolti in Egitto, mentre fuggivano dalla crudele minaccia di Erode. È evidente che gli africani si prendono cura dell’umanità!
L’Africa continua a essere un continente religioso i cui popoli hanno creduto in Dio onnipotente per secoli. La regina di Saba aveva insegnato ai suoi compatrioti l’Antico Testamento che aveva appreso da Israele. Da allora l’Arca dell’Alleanza si trova in Etiopia, nella città di Axum.
Il figlio della regina di Saba, Menelik I, aveva seguito il suo esempio ed era riuscito a portare l’Arca dell’Alleanza di Mosè in Africa, in Etiopia.
La storia dell’eunuco etiope e della Legge forte e ben organizzata di Mosè, e delle profonde pratiche e culture religiose esistenti in Etiopia, indicano che la Legge di Mosè in Etiopia veniva messa in pratica meglio che in Israele. Se ne può avere una testimonianza ancora adesso, studiando la cultura e lo stile di vita degli etiopi.
È ad Alessandria, in Egitto, che la Sacra Bibbia è stata tradotta in lingue non ebraiche. Questa traduzione africana è conosciuta come la Versione dei Settanta saggi (Sebeka Likawunt).
La Sacra Scrittura indica che, come ai tempi remoti dell’Antico Testamento, gli africani hanno l’abitudine di adorare Dio secondo la legge di coscienza del periodo del Nuovo Testamento.
L’allora re dei re etiope, l’imperatore Baldassarre, fu uno dei re che si recò a Betlemme per adorare il Bambino Gesù.
Il Vangelo ci dice che fu un africano, un uomo proveniente dalla Libia di nome Simone di Cirene, a prendere la croce di Gesù, mentre saliva sul Golgota. E osservate: un eunuco etiope si era recato a Gerusalemme nell’anno 34 per adorare Dio secondo la Legge di Mosè. Per ordine dello Spirito Santo l’eunuco fu battezzato da Filippo. Al suo ritorno in Africa, egli predicò il cristianesimo alla sua nazione. L’Etiopia divenne quindi la seconda nazione dopo Israele a credere in Cristo; e la Chiesa etiopica divenne la prima Chiesa in Africa.
Grandi storie di fede hanno caratterizzato i primi secoli del cristianesimo in Africa, poiché gli africani hanno sempre vissuto una profonda carità e una grande devozione per il Nuovo Testamento.
L’Africa è la regione da cui provengono eminenti studiosi e Padri della Chiesa come sant’Agostino, san Tertulliano, san Cipriano, come pure sant’Atanasio e san Kerlos. Questi Padri vengono venerati sia nel continente che nel mondo.
San Yared, che ha composto bellissimi inni sacri e che il mondo onora per la sua straordinaria creatività, era parimenti originario dell’Africa. San Yared è un figlio dell’Etiopia. I suoi inni rappresentano una delle meraviglie del mondo per cui l’Etiopia è conosciuta ovunque. Le opere di tutti questi Padri caratterizzano l’Africa.
Secondo gli studiosi, è in Africa che è stato definito il primo canone della Sacra Bibbia.
La storia ci ricorda anche il martirio dei cristiani in Nordafrica, quando il loro re, un non credente, alzò la spada contro di loro nel tentativo di distruggere completamente il cristianesimo. Allo stesso tempo cristiani che venivano maltrattati e perseguitati in diverse parti del mondo sono andati in Africa, specialmente in Etiopia, e hanno vissuto in pace in quella regione.
Devoti fedeli etiopi hanno offerto la loro straordinaria ospitalità ai nove santi e ad altre decine di migliaia di cristiani che erano stati perseguitati in Europa orientale e fuggivano in Africa a gruppi. Le abitazioni e le tombe di questi cristiani perseguitati sono state custodite come santuari in diverse parti dell’Etiopia. In Africa e in Etiopia conserviamo pezzi della Santa Croce. La parte destra della Croce si trova in Etiopia, in un luogo chiamato la Montagna di Goshen.
Anche i cristiani in Africa si sono fatti carico della Croce di Cristo. Penso alla mia Chiesa, che ultimamente ha subito una dura persecuzione durante la dittatura comunista, con molti nuovi martiri, tra cui il patriarca Teofilo e, prima di lui, Abuna Petros durante il periodo coloniale. Io stesso, che allora ero vescovo, ho trascorso diversi anni in prigione prima dell’esilio. Quando sono diventato patriarca, al termine del periodo comunista, c’era molto da ricostruire. È stato questo il nostro compito, con l’aiuto di Dio, le preghiere dei nostri monaci e la generosità dei fedeli.
L’Africa è un continente potenzialmente ricco, con un suolo fertile, risorse naturali e una grande varietà di specie vegetali e animali. Ha un buon clima e possiede molti minerali preziosi. Poiché è un continente con molte risorse naturali non ancora sfruttate, molti le tengono gli occhi addosso. È inoltre innegabile che i progressi nella civiltà in altre parti del mondo siano il risultato delle fatiche e delle risorse dell’Africa.
Gli africani hanno fatto tante opere sante per il mondo. Cosa ha fatto il mondo per loro?
L’Africa è stata colonizzata con brutalità e le sue risorse sono state sfruttate. Le nazioni ricche che si sono sviluppate sfruttando l’Africa si ricordano di essa quando hanno bisogno di qualcosa. Non hanno mai sostenuto il continente nella sua lotta per lo sviluppo.
Tutte e ciascuna delle nazioni del continente affrontano diversi problemi e sfide. I problemi possono essere sociali, politici, economici, come pure spirituali.
Mentre lo standard di vita delle popolazioni dell’Africa è più basso rispetto al resto del mondo, vi sono alcuni motivi per cui questi standard già bassi peggiorano e si espandono in tutto il continente. La mancanza di accesso all’educazione rappresenta il problema più grande, perché i giovani non riescono a ricevere un’istruzione adeguata. Nessun Paese e nessun popolo può svilupparsi e prosperare senza istruzione e conoscenza.
Come tutti ben sappiamo, non è stato possibile sconfiggere la pandemia dell’Hiv/Aids nonostante gli sforzi incessanti. Tuttavia dobbiamo incoraggiare tutte quelle esperienze che ci mostrano come guarire e contrastare il male, per dare speranza creando sinergia e fornendo all’Africa le stesse cure che ha ricevuto l’Europa. Allo stesso tempo altri generi di patologie attualmente ci minacciano. Rivolgiamo un appello al mondo a lavorare in armonia a questo riguardo. Il Concilio di tutte le Chiese in Africa sta facendo ogni sforzo per limitare i problemi che sono emersi nel continente, soprattutto il caos che stanno creando gli estremisti. I capi religiosi del cristianesimo e i fedeli in generale devono essere uniti in questo sforzo.
L’Africa è nella morsa di un pesante debito globale, che né questa, né la generazione futura potranno sostenere.
Come possiamo condannare la guerra civile, di solito combattuta da soldati bambini, che sono le stesse vittime di questi tragici atti di violenza? Come condannare gli spostamenti e le migrazioni visibili e nascoste delle popolazioni?
La legislazione internazionale sui diritti umani afferma che ogni persona sotto i 18 anni non può far parte di un gruppo armato perché “bambino”. Tuttavia attualmente alcuni paesi stanno costringendo ad arruolarsi nell’esercito ragazzi al di sotto dei 18 anni. Questa è una palese violazione dei diritti umani. È quindi un dovere per i capi delle Chiese africane gridare con una sola voce che questi comportamenti devono cessare immediatamente.
Per questo vorrei servirmi di quest’ assise per esortare tutti i capi religiosi a operare per la pace, a proteggere le risorse naturali che Dio ci ha donato e a difendere la vita e l’innocenza dei bambini.
In numerosi Paesi africani, alcune necessità basilari quali il cibo, l’acqua potabile e l’alloggio, non sono disponibili. In generale la maggior parte degli africani vive in una situazione in cui scarseggiano le infrastrutture e i servizi umani fondamentali. Anche se l’Africa si è liberata dal colonialismo da tempo, esistono ancora molte situazioni che la rendono dipendente dai paesi ricchi. L’enorme debito, lo sfruttamento delle sue risorse naturali da parte di pochi, le pratiche agricole tradizionali e l’insufficiente introduzione di moderni sistemi agricoli, la dipendenza delle popolazioni dalle piogge, che incidono negativamente sulla sicurezza alimentare, la migrazione e la fuga di cervelli colpiscono duramente il continente.
Spero che, avendo i Signori cardinali e vescovi africani già trattato precedentemente questi argomenti, oggi questo Sinodo voglia dibattere e proporre possibili soluzioni.
Credo che noi, guide religiose e capi delle Chiese, abbiamo un compito e una responsabilità veramente unici: riconoscere e sostenere, quando lo riteniamo necessario, i suggerimenti che vengono dalle persone, come pure, per contro, respingerli quando contravvengono al rispetto e all’amore per l’uomo, che affondano le proprie radici nel Vangelo.
Ci si aspetta che i cristiani siano messaggeri di cambiamenti nel portare la giustizia, la pace, la riconciliazione e lo sviluppo. È quello che ho visto fare con decisione e umiltà dalla Comunità di Sant’Egidio in tutta l’Africa: frutti di pace e di salvezza sono possibili e contrastano ogni forma di violenza con la forza e l’intelligenza cristiana dell’amore. I capi religiosi africani non devono preoccuparsi solo delle opere sociali, ma anche rispondere alle grandi necessità spirituali degli uomini e delle donne dell’Africa.
L’apostolato e le opere sociali non possono essere trattati separatamente. L’impegno sociale è il senso dell’apostolato. Ogni parola deve tradursi in pratica. Quindi dopo ogni parola e promessa occorre che seguano azioni pratiche. Ci si aspetta inoltre che i religiosi promuovano la consapevolezza delle persone affinché rispettino i diritti umani, la pace e la giustizia. La società ha bisogno degli insegnamenti dei suoi religiosi, per aiutarla a risolvere i suoi problemi nell’unità e a non essere più la vittima di un problema.
Perciò i capi delle Chiese africane, con il potere di Dio onnipotente e dello Spirito Santo, devono dar voce al linguaggio della Chiesa. È inoltre necessario capire quando, come e con chi parlare. Ciò va fatto per la sicurezza delle Chiese.
Sono veramente molto felice di partecipare a questo Sinodo della Chiesa cattolica sull’Africa. Sono africano. La mia Chiesa è la più antica dell’Africa: una Chiesa di martiri, santi e monaci. Offro il mio sostegno come amico e fratello a questo impegno della Chiesa cattolica per l’Africa. Ringrazio Sua Santità per l’invito e gli auguro una lunga vita e un ministero fecondo.
Parliamo al cuore degli africani del Vangelo di Gesù Cristo e Gesù tornerà in Africa, come fece quando era bambino con la Vergine Maria. E con Gesù torneranno la pace, la misericordia e la giustizia.
Che Dio benedica le Chiese in Africa e i loro pastori! Amen!