Stemma Cardinalizio
Creato Cardinale 25.05.1985
Storia personale
- Card. Paolos Tzadua
- TZADUA, Paulos (1921-2003) Birth . August 25, 1921, Addifini, eparchy of Asmara of Eritreans, Eritrea. Education . Seminary of Cheren, Asmara; Italian Lyceum "Ferdinando Martini", Asmara; Catholic University of Sacred Heart, Milan, Italy (doctorate in law). Priesthood . Ordained, March 12, 1944. Pastoral work in Asmara, 1944-1946; in the mission of Guarghe, south of Addis Abeba, 1946-1949. In Eritrea, faculty member, Minor Seminary, 1949-1953; further studies, Asmara, 1949-1953; in Milan, Italy, 1953-1958. Secretary to the bishop of Asmara and to the archbishop of Addis Abeba, 1960-1961. Secretary general of the Episcopal Conference of Ethiopia. In Addis Abeba, pastoral work with university students and service as archdiocesan curia official; faculty member, University of Addis Abeba, 1961-1973.
giovedì 12 marzo 2009
LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
Lettera di Sua Santità Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre:
Cari Confratelli nel ministero episcopale!
La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.
Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.
Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.
Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" – istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa – con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.
Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu … conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.
Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est.
Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?
Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.
Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà – anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.
Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo
Vostro nel Signore
BENEDICTUS PP. XVI
Dal Vaticano, 10 Marzo 2009
Cari Confratelli nel ministero episcopale!
La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.
Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.
Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.
Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" – istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa – con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.
Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu … conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.
Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est.
Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?
Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.
Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà – anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.
Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo
Vostro nel Signore
BENEDICTUS PP. XVI
Dal Vaticano, 10 Marzo 2009
martedì 10 marzo 2009
SINODO “PER L’AFRICA”. NON SINODO “DELL’AFRICA”.
CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Due importanti novità nel percorso di avvicinamento alla Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che avrà luogo in Vaticano dal 4 al 25 ottobre 2009, sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La prima è l’approvazione dell'Instrumentum laboris; l’altra, le nomine di Benedetto XVI in vista dell’Assemblea.
L’Africa è malata...
Per quanto riguarda l’Instrumentum laboris, il testo sarà consegnato personalmente dal papa ai presidenti delle Conferenze episcopali africane il 19 marzo a Yaoundé, nel corso della visita pastorale in programma in Camerun e Angola (17-23 marzo). Nell’Istrumentum - come anticipato da un comunicato diffuso dalla segreteria generale del Sinodo dei vescovi - si illustrano “aspetti importanti dell'attuale situazione ecclesiale e sociale nei Paesi dell'Africa, dai quali emerge il grande dinamismo della Chiesa, unito alle sfide che essa ha di fronte e che il Sinodo dovrà vagliare, affinché la crescita quantitativa della Chiesa in Africa diventi anche qualitativa”. Significativo il riferimento al fatto che il primo Sinodo africano, quello del 1994, abbia compiuto “un'opzione preferenziale per i poveri”, mostrando così “che la situazione di miseria e oppressione che affligge non pochi popoli africani non è irreversibile, ma pone tutti di fronte all'esigenza della conversione, di una condotta di vita integra, di un cammino risoluto verso la santità”. Quel Sinodo, aggiunge il comunicato, aveva “insistito sulla Chiesa-famiglia di Dio”; ora, “è necessario promuovere l'applicazione delle indicazioni emerse, per dare risposte efficaci a un'Africa assetata di riconciliazione e in cerca di giustizia e di pace. I conflitti locali o regionali, le palesi ingiustizie e violenze interpellano tutti gli uomini di buona volontà e in maniera del tutto speciale la Chiesa”. In Africa, infatti, “non mancano situazioni di violenza e di tensione, di sfruttamento e di ingiustizia”, ma “se è vero che in Gesù Cristo noi apparteniamo alla stessa famiglia e condividiamo la stessa Parola e lo stesso pane di vita, se è ugualmente vero che siamo fratelli in Cristo, figli di Dio e costituiamo in Lui una sola famiglia, allora non ci dovrebbero più essere ingiustizie e guerre tra fratelli”.
... ma la diagnosi è “intramoenia”
L’Instrumentum laboris costituisce la base per il lavoro dei padri sinodali. È il risultato della sintesi dei contributi, delle proposte, delle indicazioni studiate ed elaborate dalle conferenze episcopali africane a partire dai Lineamenta, il documento, corredato da un questionario, che serve a presentare brevemente alle Chiese locali le questioni che saranno al centro del dibattito del Sinodo (v. Adista n. 59/06). Nella loro fase di approfondimento da parte delle realtà ecclesiali africane, i Lineamenta pare siano stati accolti con diverse riserve: in particolare, il documento è apparso distante dalla ricchezza pastorale e teologica delle realtà africane, anche per i riferimenti attinti quasi unicamente dal magistero papale e dai documenti delle congregazioni romane. Un fatto che non stupisce più di tanto, se si considera la scelta di celebrare ancora una volta il Sinodo - come già nel 1994 - a Roma, sotto il vigile controllo della Curia, e non in Africa. Il testo dei Lineamenta è stato inoltre da più parti criticato per non aver recepito l’elaborazione teologica e l’esperienza di fede delle Chiese africane e per essere carente e contraddittorio su numerose importanti questioni (il ruolo delle donne e dei laici nelle comunità, il dialogo interreligioso, le vie di ricerca della pace e della giustizia, v. Adista n. 18/09). L’esclusione di temi – come l’obbligatorietà del celibato per i sacerdoti latini – che invece andrebbero discussi apertamente, è stata fortemente criticata dall’arcivescovo di Johannesburg mons. Buti Joseph Tlhagale, in un’intervista rilasciata a Nigrizia (dicembre 2008). Tlhagale ha criticato anche le modalità con cui si svilupperà il Sinodo: “Gli interventi dei vescovi - ha detto - si svolgeranno all’interno di un programma già deciso, e la dichiarazione finale sarà già pronta prima che il Sinodo finisca. Ogni vescovo avrà a disposizione cinque minuti per parlare. Ascolteremo interventi perfetti, ma i problemi della Chiesa cattolica in Africa non si discuteranno durante il Sinodo. E questo è un limite”.
Del resto, è un fatto che, per ora, nell’elaborazione del Sinodo, i grandi assenti siano i teologi e i laici africani. Molti laici e molte organizzazioni e comunità cattoliche del Continente non sanno ancora che ci sarà un secondo Sinodo africano. Altri lo sanno, ma non hanno mai letto i Lineamenta. Colpa anche delle diocesi, molte delle quali non hanno organizzato iniziative di studio e approfondimento sul documento, né coinvolto i fedeli nell’elaborazione delle risposte alle domande del questionario. Certo, molte nazioni del Continente africano nell’ultimo anno e mezzo hanno dovuto affrontare questioni di particolare urgenza (guerre, conflitti etnici, carestie, xenofobia, profughi). Che la discussione sui Lineamenta sia stata lenta e lacunosa è testimoniato anche dal fatto che l’Instrumentum laboris arriva a soli 6 mesi dalla celebrazione del Sinodo. Un tempo molto ristretto (in occasione del primo Sinodo, l’Instrumentum era arrivato 13 mesi prima dell’assise), che evidenzia come il materiale di riflessione sui Lineamenta giunto al vaglio della segreteria non sia stato abbondante, inducendo il Vaticano a prendere tempo nell’attesa di ulteriori contributi. Si attendono ora l’Instrumentum laboris e la visita del papa per comprendere meglio sotto quale segno si svilupperà il Sinodo africano.
Nomine “embedded”?
Difficile che il riferimento all’opzione preferenziale per i poveri riporti la Chiesa africana verso una dimensione più sociale e meno dottrinaria, più incarnata nelle reali esigenze del Continente. Questo almeno dicono le nomine vaticane, che riguardano ecclesiastici conservatori e comunque in forte sintonia con gli umori vaticani. A partire da almeno due dei tre presidenti delegati del Sinodo: il primo, il card. Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, è tra gli esponenti di Curia più conservatori; al suo fianco il card. Wilfrid Fox Napier, frate minore, arcivescovo di Durban, tra coloro che si oppongono ad una liberalizzazione dell’uso del preservativo per arginare la diffusione dell’Hiv in Africa e infine il card. Théodore-Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar (Senegal), più attento alla dimensione sociale, all’impatto che i fenomeni della globalizzazione producono nel Continente africano e al dialogo con il mondo musul-mano (che in Senegal rappresenta il 90% della popolazione).
Il Relatore generale, che avrà il compito di proporre gli argomenti al dibattito sinodale e ne raccoglierà le conclusioni, è il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana). Turkson, in un’inter-vista a 30 Giorni (ottobre 2005), si dichiarò scettico rispetto all’introduzione dei viri probati (propose, tra le alternative, l’aumento della natalità per accrescere il numero delle vocazioni); sostenne che il sacerdozio celibatario era parte integrante della tradizione culturale africana; difese un modello di inculturazione molto cauto; invocò il principio della reciprocità nei confronti del mondo musulmano. I Segretari speciali del Sinodo saranno mons. Damião António Franklin, arcivescovo di Luanda (Angola) nonché Rettore dell'Università Cattolica della città, e monsignor Edmond Djitangar, vescovo di Sarh (Ciad). (valerio gigante)
L’Africa è malata...
Per quanto riguarda l’Instrumentum laboris, il testo sarà consegnato personalmente dal papa ai presidenti delle Conferenze episcopali africane il 19 marzo a Yaoundé, nel corso della visita pastorale in programma in Camerun e Angola (17-23 marzo). Nell’Istrumentum - come anticipato da un comunicato diffuso dalla segreteria generale del Sinodo dei vescovi - si illustrano “aspetti importanti dell'attuale situazione ecclesiale e sociale nei Paesi dell'Africa, dai quali emerge il grande dinamismo della Chiesa, unito alle sfide che essa ha di fronte e che il Sinodo dovrà vagliare, affinché la crescita quantitativa della Chiesa in Africa diventi anche qualitativa”. Significativo il riferimento al fatto che il primo Sinodo africano, quello del 1994, abbia compiuto “un'opzione preferenziale per i poveri”, mostrando così “che la situazione di miseria e oppressione che affligge non pochi popoli africani non è irreversibile, ma pone tutti di fronte all'esigenza della conversione, di una condotta di vita integra, di un cammino risoluto verso la santità”. Quel Sinodo, aggiunge il comunicato, aveva “insistito sulla Chiesa-famiglia di Dio”; ora, “è necessario promuovere l'applicazione delle indicazioni emerse, per dare risposte efficaci a un'Africa assetata di riconciliazione e in cerca di giustizia e di pace. I conflitti locali o regionali, le palesi ingiustizie e violenze interpellano tutti gli uomini di buona volontà e in maniera del tutto speciale la Chiesa”. In Africa, infatti, “non mancano situazioni di violenza e di tensione, di sfruttamento e di ingiustizia”, ma “se è vero che in Gesù Cristo noi apparteniamo alla stessa famiglia e condividiamo la stessa Parola e lo stesso pane di vita, se è ugualmente vero che siamo fratelli in Cristo, figli di Dio e costituiamo in Lui una sola famiglia, allora non ci dovrebbero più essere ingiustizie e guerre tra fratelli”.
... ma la diagnosi è “intramoenia”
L’Instrumentum laboris costituisce la base per il lavoro dei padri sinodali. È il risultato della sintesi dei contributi, delle proposte, delle indicazioni studiate ed elaborate dalle conferenze episcopali africane a partire dai Lineamenta, il documento, corredato da un questionario, che serve a presentare brevemente alle Chiese locali le questioni che saranno al centro del dibattito del Sinodo (v. Adista n. 59/06). Nella loro fase di approfondimento da parte delle realtà ecclesiali africane, i Lineamenta pare siano stati accolti con diverse riserve: in particolare, il documento è apparso distante dalla ricchezza pastorale e teologica delle realtà africane, anche per i riferimenti attinti quasi unicamente dal magistero papale e dai documenti delle congregazioni romane. Un fatto che non stupisce più di tanto, se si considera la scelta di celebrare ancora una volta il Sinodo - come già nel 1994 - a Roma, sotto il vigile controllo della Curia, e non in Africa. Il testo dei Lineamenta è stato inoltre da più parti criticato per non aver recepito l’elaborazione teologica e l’esperienza di fede delle Chiese africane e per essere carente e contraddittorio su numerose importanti questioni (il ruolo delle donne e dei laici nelle comunità, il dialogo interreligioso, le vie di ricerca della pace e della giustizia, v. Adista n. 18/09). L’esclusione di temi – come l’obbligatorietà del celibato per i sacerdoti latini – che invece andrebbero discussi apertamente, è stata fortemente criticata dall’arcivescovo di Johannesburg mons. Buti Joseph Tlhagale, in un’intervista rilasciata a Nigrizia (dicembre 2008). Tlhagale ha criticato anche le modalità con cui si svilupperà il Sinodo: “Gli interventi dei vescovi - ha detto - si svolgeranno all’interno di un programma già deciso, e la dichiarazione finale sarà già pronta prima che il Sinodo finisca. Ogni vescovo avrà a disposizione cinque minuti per parlare. Ascolteremo interventi perfetti, ma i problemi della Chiesa cattolica in Africa non si discuteranno durante il Sinodo. E questo è un limite”.
Del resto, è un fatto che, per ora, nell’elaborazione del Sinodo, i grandi assenti siano i teologi e i laici africani. Molti laici e molte organizzazioni e comunità cattoliche del Continente non sanno ancora che ci sarà un secondo Sinodo africano. Altri lo sanno, ma non hanno mai letto i Lineamenta. Colpa anche delle diocesi, molte delle quali non hanno organizzato iniziative di studio e approfondimento sul documento, né coinvolto i fedeli nell’elaborazione delle risposte alle domande del questionario. Certo, molte nazioni del Continente africano nell’ultimo anno e mezzo hanno dovuto affrontare questioni di particolare urgenza (guerre, conflitti etnici, carestie, xenofobia, profughi). Che la discussione sui Lineamenta sia stata lenta e lacunosa è testimoniato anche dal fatto che l’Instrumentum laboris arriva a soli 6 mesi dalla celebrazione del Sinodo. Un tempo molto ristretto (in occasione del primo Sinodo, l’Instrumentum era arrivato 13 mesi prima dell’assise), che evidenzia come il materiale di riflessione sui Lineamenta giunto al vaglio della segreteria non sia stato abbondante, inducendo il Vaticano a prendere tempo nell’attesa di ulteriori contributi. Si attendono ora l’Instrumentum laboris e la visita del papa per comprendere meglio sotto quale segno si svilupperà il Sinodo africano.
Nomine “embedded”?
Difficile che il riferimento all’opzione preferenziale per i poveri riporti la Chiesa africana verso una dimensione più sociale e meno dottrinaria, più incarnata nelle reali esigenze del Continente. Questo almeno dicono le nomine vaticane, che riguardano ecclesiastici conservatori e comunque in forte sintonia con gli umori vaticani. A partire da almeno due dei tre presidenti delegati del Sinodo: il primo, il card. Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, è tra gli esponenti di Curia più conservatori; al suo fianco il card. Wilfrid Fox Napier, frate minore, arcivescovo di Durban, tra coloro che si oppongono ad una liberalizzazione dell’uso del preservativo per arginare la diffusione dell’Hiv in Africa e infine il card. Théodore-Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar (Senegal), più attento alla dimensione sociale, all’impatto che i fenomeni della globalizzazione producono nel Continente africano e al dialogo con il mondo musul-mano (che in Senegal rappresenta il 90% della popolazione).
Il Relatore generale, che avrà il compito di proporre gli argomenti al dibattito sinodale e ne raccoglierà le conclusioni, è il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana). Turkson, in un’inter-vista a 30 Giorni (ottobre 2005), si dichiarò scettico rispetto all’introduzione dei viri probati (propose, tra le alternative, l’aumento della natalità per accrescere il numero delle vocazioni); sostenne che il sacerdozio celibatario era parte integrante della tradizione culturale africana; difese un modello di inculturazione molto cauto; invocò il principio della reciprocità nei confronti del mondo musulmano. I Segretari speciali del Sinodo saranno mons. Damião António Franklin, arcivescovo di Luanda (Angola) nonché Rettore dell'Università Cattolica della città, e monsignor Edmond Djitangar, vescovo di Sarh (Ciad). (valerio gigante)
giovedì 5 marzo 2009
"Salvate gli ebrei". L'ordine di Pio XII
Rinvenuto in un monastero romano un documento con le istruzioni di papa Pacelli durante le persecuzioni naziste
Un nuovo documento, questa volta scritto, testimonia dell’opera di Pio XII in favore degli ebrei, durante la persecuzione nazista. Si tratta di una nota estratta del “Memoriale delle Religiose Agostiniane del Monastero dei Santissimi Quattro Coronati di Roma”. “Il Santo Padre – si legge – vuol salvare i suoi Figli, anche gli Ebrei, e ordina che nei Monasteri si dia ospitalità a questi perseguitati”. L’appunto, datato novembre 1943, riporta l’elenco di 24 persone accolte nel Monastero per aderire – si sottolinea – al desiderio del Sommo Pontefice. “Una rara testimonianza”, ha commentato padre Peter Gumpel, gesuita e autorevole storico, relatore per la causa di beatificazione di Pio XII. E aggiunge: "La causa di canonizzazione di Pio XII ha avuto l’ultimo verdetto in data 9 maggio 2007, in cui 13 tra cardinali e vescovi che costituiscono il Tribunale più alto della Congregazione delle Cause dei Santi, all’unanimità si sono pronunciati positivamente a favore delle virtù di Papa Pio XII. Attendiamo tutt'ora la firma del decreto da parte di Sua Santità".
Un nuovo documento, questa volta scritto, testimonia dell’opera di Pio XII in favore degli ebrei, durante la persecuzione nazista. Si tratta di una nota estratta del “Memoriale delle Religiose Agostiniane del Monastero dei Santissimi Quattro Coronati di Roma”. “Il Santo Padre – si legge – vuol salvare i suoi Figli, anche gli Ebrei, e ordina che nei Monasteri si dia ospitalità a questi perseguitati”. L’appunto, datato novembre 1943, riporta l’elenco di 24 persone accolte nel Monastero per aderire – si sottolinea – al desiderio del Sommo Pontefice. “Una rara testimonianza”, ha commentato padre Peter Gumpel, gesuita e autorevole storico, relatore per la causa di beatificazione di Pio XII. E aggiunge: "La causa di canonizzazione di Pio XII ha avuto l’ultimo verdetto in data 9 maggio 2007, in cui 13 tra cardinali e vescovi che costituiscono il Tribunale più alto della Congregazione delle Cause dei Santi, all’unanimità si sono pronunciati positivamente a favore delle virtù di Papa Pio XII. Attendiamo tutt'ora la firma del decreto da parte di Sua Santità".
Sacro e bellezza dell'Etiopia cristiana La regina di Saba sbarca a Venezia

Mercoledì 4 è stata presentata in Vaticano la mostra "Nigra sum sed formosa" che sarà aperta dal 13 marzo al 10 maggio all'università Ca' Foscari di Venezia. Pubblichiamo l'intervento del direttore dei Musei Vaticani.
di Antonio Paolucci
Per gli storici dell'arte la regina di Saba è la donna bellissima che, accompagnata dalle sue ancelle e dai suoi scudieri, si inginocchia come in trance, presa da premonizione, di fronte al legno del ponte sul fiume Siloe, legno destinato a diventare un giorno la croce di Cristo.
Ed è la regale ospite desiderata e a lungo attesa accolta da re Salomone in una reggia che assomiglia al tempio dell'Alberti a Rimini o al palazzo di Luciano Laurana e di Francesco di Giorgio a Urbino. Sto parlando, naturalmente, del ciclo affrescato da Piero della Francesca ad Arezzo.
Per Jacopo da Varagine che inventò la storia affascinante e piena di colpi di scena della scomparsa e agnizione della Croce di Cristo (vero e proprio thriller archeologico alla Indiana Jones), per i francescani che quella storia moltiplicarono negli affreschi delle loro chiese a stupore ed edificazione dei credenti, la regina di Saba era importante.
Ed era importante anche per l'iconografo (forse l'umanista Ambrogio Traversari) che suggerì a Lorenzo Ghiberti il celebre pannello della Porta d'Oro nel Battistero fiorentino di San Giovanni, dove si vede l'incontro di Salomone con la regina africana. Correva l'anno 1439, il Concilio aveva riunito a Firenze i dignitari della Chiesa di Roma e delle Chiese d'Oriente e quella iconografia era una promessa di pacificazione fra i cristiani.
La regina di Saba era ed è ancora importante, in maniera del tutto speciale, per la gente d'Etiopia. La storia era conosciuta in Occidente e soprattutto a Venezia fino dal Medioevo. Lassù, fra le montagne e gli altopiani dell'Africa più remota e inaccessibile, circondato dall'Islam, c'era un popolo cristiano che praticava la fede degli apostoli.
Non solo, c'era un re che aveva per emblema il leone di Giuda e che diceva di discendere dal seme di Salomone.
Il cristianesimo etiope è un sontuoso ieratico relitto che si è conservato immune da influssi culturali esterni e da ogni contaminazione.
Il sovrano d'Etiopia, il negus neghesti (re dei re) è stato fino a ieri, fino all'ultimo imperatore Hailé Selassié, l'autocrate dei credenti e il custode di una leggendaria ortodossia giudaico cristiana.
Tutta la civiltà religiosa letteraria e artistica dell'Etiopia ha nella regina di Saba la sua pietra angolare.
Il poema epico nazionale, il Kebra Negast (la gloria dei re) databile all'inizio del xiv secolo, racconta che re Salomone e la regina di Saba si amarono, che dalla loro unione nacque una regale discendenza, che la sapienza giudaica e l'Arca dell'Alleanza, al sicuro dagli infedeli musulmani e dagli eretici cristiani, riposano sugli altopiani d'Etiopia, protette dalla spada e dalla lancia del Negus.
Molto antica e molto nobile è la civiltà letteraria e artistica dell'Etiopia cristiana, affascinante nella produzione artigianale a destinazione religiosa - argenti, icone, codici miniati - nei monasteri ancestrali, nelle città sante che replicano i luoghi di Gerusalemme, come la mirabile Lâlibalâ che porta il nome del sovrano che la edificò fra xii e xiii secolo.
Ancora sorprende e imbarazza che gli italiani, negli anni Trenta del secolo scorso, abbiano potuto umiliare e devastare tutto questo con una feroce e stolida guerra coloniale di cui oggi non possiamo che vergognarci.
Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano. Conviene quindi chiuderlo subito.
Consola invece sapere che alla regina di Saba e alla civiltà etiopica gli italiani di oggi dedicano una mostra. Curatori sono Giuseppe Barbieri dell'ateneo Veneziano, Gianfranco Fiaccadori della Statale di Milano, l'architetto Mario Di Salvo.
Con loro ha lavorato un folto e prestigiosissimo comitato scientifico internazionale all'interno del quale spicca il nome di Stanislaw Chojncki patriarca dei moderni studi sull'arte etiopica.
Perché un'impresa scientifica ed espositiva così impegnativa e così inusuale è stata concepita a Venezia? Perché Venezia, fra tutte le nazioni dell'antica Europa, è stata quella che ha mantenuto i maggiori e più fruttuosi rapporti con il regno d'Etiopia e che più di ogni altra ha influito nella sua storia artistica.
Si chiamava Nicolò Brancaleon il pittore veneziano che giunse in Etiopia circa l'anno 1481. Si firmava in latino in icone arrivate fino a noi, fondò una scuola pittorica che ebbe seguito e fortuna fino al XVIii secolo.
Gli ambasciatori portoghesi che lo incontrarono nel 1520 parlano di lui come di un uomo che abitava in Etiopia da circa quarant'anni, che parlava perfettamente la lingua della nuova patria dove amava farsi chiamare Mercurio, e che era diventato ricco, potente, onorato.
"Nigra sum sed formosa", il versetto celebre del Cantico dei Cantici, è il titolo di questa mostra coltissima e raffinata che subito chiarisce nel sottotitolo il suo obiettivo: "Sacro e Bellezza nell'Etiopia Cristiana".
Che la sposa del Cantico dei Cantici sia figura della Chiesa o mistico emblema della Vergine Maria - come hanno pensato e scritto gli antichi esegeti cristiani - o che, più realisticamente, sia la bellissima regina africana che va incontro all'amato re Salomone, protagonista della mostra è lei, Saba; la regina che è venuta dalle profondità dell'Africa, che ha incontrato la Legge, ha profetizzato l'Incarnazione, ha dato gloria e splendore alla nazione etiopica.
Inchiesta. Il governo della curia romana al tempo di Ratzinger: difficoltà e strategie per il dopo “caso Williamson” (Parte III)
Perché il governo della curia romana funzioni a dovere è necessario che tutti i canali del potere siano ben oliati, comunichino tra di loro senza intoppi e, soprattutto, senza che nessuno remi dalla parte sbagliata. Nei recenti casi di mal governo vaticano, invece - dal caso Ratisbona al caso Williamson, tanto per citare due situazioni note a tutti -, si è avuta l’impressione che a giocare fossero tante monadi separate e, insieme, incapaci di fare squadra e spiegare al mondo, e soprattutto alla Chiesa, la ragionevolezza delle decisioni prese.
Coloro che nella curia romana sono chiamati a supportare il Papa nella difficile gestione del potere sono innanzitutto i prefetti delle nove congregazioni vaticane. Un tempo, fino alla riforma messa in campo da Paolo VI, la congregazione della curia con più peso era senz’altro quella che sull’annuario pontificio veniva chiamata “La Suprema”. Ovvero, la congregazione per la Dottrina della Fede. Il prefetto era direttamente il Pontefice, e cioè colui che quando afferma una dottrina o un dogma gode del principio dell’infallibilità. Oggi il Papa ha conservato sulla congregazione un’attività di super visione, seppure la responsabilità della congregazione sia affidata a un prefetto il quale, ogni settimana, incontra il Pontefice per dipanare le questioni più importanti. È probabilmente per il fatto che con questa congregazione Benedetto XVI può dialogare con più frequenza che con altre, che Ratzinger ha deciso di nominare prefetto lo statunitense William Joseph Levada: non un “fulmine di guerra”, ma comunque un porporato fedele.
Oggi la congregazione strategicamente più importante e che necessariamente deve procedere in perfetta sintonia col Pontefice e con il segretario di Stato è quella dei Vescovi. Il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione, ha il potere non da poco di nominare i vescovi. È lui, infatti, che propone al Papa una terna di nomi per gli incarichi vacanti decidendo chi e in quale ordine sia degno di farvi parte. Decide i trasferimenti e le promozioni dei vescovi. Le dimissioni per limiti di età. E, ancora, decide i cardinali: nel senso che quando promuove un presule in una diocesi che prevede la berretta cardinalizia, lo promuove di fatto al cardinalato.
Chi è il cardinale Re? Bresciano, visse l’escalation più importante della sua carriera quando nel 1989 Giovanni Paolo II lo nominò sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato. In sostanza, il posto perfetto per succedere ad Angelo Sodano quando questi avesse lasciato la conduzione della stessa segreteria. Quando però il cardinale Lucas Moreira Neves lasciò la guida dei Vescovi, Re non ci pensò su più di tanto ad accettare la proposta di Wojtyla di esserne lui il successore.
Alla congregazione dei Vescovi, Re adottò inizialmente una politica filo wojtyliana. In sostanza, al contropotere rispetto al Papa rappresentato da Sodano egli mise in campo una politica di nomine filo papale, in sintonia perfetta (almeno inizialmente) con Stanislaw Dziwisz e col presidente della conferenza episcopale italiana Camillo Ruini.
Poi qualcosa è cambiato. Re, che di per sé ha sempre conservato i numeri necessari per sostituire Sodano al momento opportuno, una volta arrivato al soglio di Pietro Joseph Ratzinger ha compreso che la segreteria di Stato non gli sarebbe mai stata affidata. E qui, usciti di scena Dziwisz e, poco dopo, Ruini, ha virato verso una politica più disponibile nei confronti delle istanze provenienti dalle varie conferenze episcopali. Spieghiamo meglio: nel mondo, più che in Italia, le conferenze episcopali cercano di avere un potere reale. Le cupole delle conferenze e i nunzi vaticani che alle conferenze necessariamente si riferiscono, infatti, svolgono una costante politica di pressione sulla curia romana affinché i vescovi delle rispettive diocesi siano nominati tenendo conto del proprio indice di gradimento. E se le conferenze episcopali trovano un prefetto dei Vescovi disposto ad ascoltarle, il gioco è fatto.
Se c’è una pecca nella lunga, e a suo modo efficiente, gestione della congregazione dei Vescovi da parte di Re, risiede proprio qui: nella troppa accondiscendenza accordata alle istanze delle varie conferenze episcopali. Un’accondiscendenza che oggi Benedetto XVI paga a caro prezzo. Non è forse per le pressioni della conferenza episcopale austriaca guidata dal cardinale Christoph Schönborn che il Papa è stato costretto ad accettare le dimissioni del vescovo ausiliare di Linz, Gerhard Wagner? La stessa cosa non è forse successa con Stanislaw Wielgus nel 2006, costretto a dimettersi 36 ore dopo che il Papa lo aveva nominato arcivescovo di Varsavia? E, al contrario, non è forse per le pressioni dei vescovi di vari paesi del mondo che nei posti di comando della Chiesa spesso non vengono messi i migliori quanto coloro che sono più graditi ai leader dei rispettivi episcopati?
Il cardinale Re ha la sua parte di responsabilità anche nel caso Williamson. Se è vero che il decreto di revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani porta la sua firma, occorre che se ne assuma la responsabilità fino in fondo, magari ammettendo che una corretta valutazione delle criticità in gioco non è stata fatta. E magari sostenendo con più forza i motivi del decreto da lui firmato: non tanto la volontà di reintrodurre nella Chiesa una fazione anti-ebraica quanto il desiderio di abbattere una prima barriera sulla strada ancora parecchio lunga che porta i lefebvriani alla piena comunione con Roma.
Re ha compito 75 anni lo scorso 30 gennaio. In curia c’è chi si aspettava che avrebbe adottato la medesima politica fatta propria dal suo predecessore: si ritirò nel 2000, il giorno in cui compì 75 anni. Se avesse agito così, già in queste settimane sarebbe stato più facile far dimettere quei capi dicastero e quei presuli entrati in età pensionabile: con un prefetto dei Vescovi ancora in sella a 75 anni, tutto è più difficile. E lo è ancora di più con un segretario dei Vescovi, come l’arcivescovo Francesco Monterisi, anch’egli 75enne.
La crisi che sta attraversando la curia romana è principalmente qui, a livello di una gestione del potere poco adeguata ai tempi e allo spirito dell’attuale pontificato. Poi, certo, c’è anche un problema di comunicazione. C’è la difficoltà di padre Federico Lombardi a gestire congiuntamente sala stampa (Joaquin Navarro-Valls aveva solo questa responsabilità), Radio Vaticana, centro televisivo vaticano e il compito di assistente del preposito generale dei Gesuiti: troppi incarichi per una sola persona. Ma è un problema che, seppure non trascurabile - a breve il Papa correrà ai ripari - viene dopo il mal governo.
Partendo dalla congregazione dei vescovi, Benedetto XVI ha la possibilità in questo 2009 di sostituire parecchia gente nella curia romana e di creare così un sistema che sappia seguirlo con maggiore lucidità nelle sue scelte. Il 23 settembre compie 75 anni il prefetto della congregazione dei Religiosi, il cardinale Franc Rodé e, l’8 agosto, li compie il prefetto del Clero, il cardinale Claudio Hummes. Se è vero che, come scrisse il benedettino Columbia Marmion, una vera riforma del clero e degli ordini religiosi non può che venire da un sacerdote secolare, è evidente che in queste due decisive congregazioni l’uomo giusto è tra il clero che deve essere pescato.
Ma 75 anni li hanno già compiuti anche altri importanti esponenti della curia. Innanzitutto lo statunitense James Francis Stafford, penitenziere maggiore della Penitenzieria Apostolica. Quindi il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del pontificio consiglio per la Pastorale della Salute. E ancora, il cardinal Renato Raffaele Martino, presidente di Iustitia et Pax. E, infine, il cardinale Walter Kasper, presidente della promozione dell’Unità dei Cristiani: oggi compie 76 anni.
Coloro che nella curia romana sono chiamati a supportare il Papa nella difficile gestione del potere sono innanzitutto i prefetti delle nove congregazioni vaticane. Un tempo, fino alla riforma messa in campo da Paolo VI, la congregazione della curia con più peso era senz’altro quella che sull’annuario pontificio veniva chiamata “La Suprema”. Ovvero, la congregazione per la Dottrina della Fede. Il prefetto era direttamente il Pontefice, e cioè colui che quando afferma una dottrina o un dogma gode del principio dell’infallibilità. Oggi il Papa ha conservato sulla congregazione un’attività di super visione, seppure la responsabilità della congregazione sia affidata a un prefetto il quale, ogni settimana, incontra il Pontefice per dipanare le questioni più importanti. È probabilmente per il fatto che con questa congregazione Benedetto XVI può dialogare con più frequenza che con altre, che Ratzinger ha deciso di nominare prefetto lo statunitense William Joseph Levada: non un “fulmine di guerra”, ma comunque un porporato fedele.
Oggi la congregazione strategicamente più importante e che necessariamente deve procedere in perfetta sintonia col Pontefice e con il segretario di Stato è quella dei Vescovi. Il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione, ha il potere non da poco di nominare i vescovi. È lui, infatti, che propone al Papa una terna di nomi per gli incarichi vacanti decidendo chi e in quale ordine sia degno di farvi parte. Decide i trasferimenti e le promozioni dei vescovi. Le dimissioni per limiti di età. E, ancora, decide i cardinali: nel senso che quando promuove un presule in una diocesi che prevede la berretta cardinalizia, lo promuove di fatto al cardinalato.
Chi è il cardinale Re? Bresciano, visse l’escalation più importante della sua carriera quando nel 1989 Giovanni Paolo II lo nominò sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato. In sostanza, il posto perfetto per succedere ad Angelo Sodano quando questi avesse lasciato la conduzione della stessa segreteria. Quando però il cardinale Lucas Moreira Neves lasciò la guida dei Vescovi, Re non ci pensò su più di tanto ad accettare la proposta di Wojtyla di esserne lui il successore.
Alla congregazione dei Vescovi, Re adottò inizialmente una politica filo wojtyliana. In sostanza, al contropotere rispetto al Papa rappresentato da Sodano egli mise in campo una politica di nomine filo papale, in sintonia perfetta (almeno inizialmente) con Stanislaw Dziwisz e col presidente della conferenza episcopale italiana Camillo Ruini.
Poi qualcosa è cambiato. Re, che di per sé ha sempre conservato i numeri necessari per sostituire Sodano al momento opportuno, una volta arrivato al soglio di Pietro Joseph Ratzinger ha compreso che la segreteria di Stato non gli sarebbe mai stata affidata. E qui, usciti di scena Dziwisz e, poco dopo, Ruini, ha virato verso una politica più disponibile nei confronti delle istanze provenienti dalle varie conferenze episcopali. Spieghiamo meglio: nel mondo, più che in Italia, le conferenze episcopali cercano di avere un potere reale. Le cupole delle conferenze e i nunzi vaticani che alle conferenze necessariamente si riferiscono, infatti, svolgono una costante politica di pressione sulla curia romana affinché i vescovi delle rispettive diocesi siano nominati tenendo conto del proprio indice di gradimento. E se le conferenze episcopali trovano un prefetto dei Vescovi disposto ad ascoltarle, il gioco è fatto.
Se c’è una pecca nella lunga, e a suo modo efficiente, gestione della congregazione dei Vescovi da parte di Re, risiede proprio qui: nella troppa accondiscendenza accordata alle istanze delle varie conferenze episcopali. Un’accondiscendenza che oggi Benedetto XVI paga a caro prezzo. Non è forse per le pressioni della conferenza episcopale austriaca guidata dal cardinale Christoph Schönborn che il Papa è stato costretto ad accettare le dimissioni del vescovo ausiliare di Linz, Gerhard Wagner? La stessa cosa non è forse successa con Stanislaw Wielgus nel 2006, costretto a dimettersi 36 ore dopo che il Papa lo aveva nominato arcivescovo di Varsavia? E, al contrario, non è forse per le pressioni dei vescovi di vari paesi del mondo che nei posti di comando della Chiesa spesso non vengono messi i migliori quanto coloro che sono più graditi ai leader dei rispettivi episcopati?
Il cardinale Re ha la sua parte di responsabilità anche nel caso Williamson. Se è vero che il decreto di revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani porta la sua firma, occorre che se ne assuma la responsabilità fino in fondo, magari ammettendo che una corretta valutazione delle criticità in gioco non è stata fatta. E magari sostenendo con più forza i motivi del decreto da lui firmato: non tanto la volontà di reintrodurre nella Chiesa una fazione anti-ebraica quanto il desiderio di abbattere una prima barriera sulla strada ancora parecchio lunga che porta i lefebvriani alla piena comunione con Roma.
Re ha compito 75 anni lo scorso 30 gennaio. In curia c’è chi si aspettava che avrebbe adottato la medesima politica fatta propria dal suo predecessore: si ritirò nel 2000, il giorno in cui compì 75 anni. Se avesse agito così, già in queste settimane sarebbe stato più facile far dimettere quei capi dicastero e quei presuli entrati in età pensionabile: con un prefetto dei Vescovi ancora in sella a 75 anni, tutto è più difficile. E lo è ancora di più con un segretario dei Vescovi, come l’arcivescovo Francesco Monterisi, anch’egli 75enne.
La crisi che sta attraversando la curia romana è principalmente qui, a livello di una gestione del potere poco adeguata ai tempi e allo spirito dell’attuale pontificato. Poi, certo, c’è anche un problema di comunicazione. C’è la difficoltà di padre Federico Lombardi a gestire congiuntamente sala stampa (Joaquin Navarro-Valls aveva solo questa responsabilità), Radio Vaticana, centro televisivo vaticano e il compito di assistente del preposito generale dei Gesuiti: troppi incarichi per una sola persona. Ma è un problema che, seppure non trascurabile - a breve il Papa correrà ai ripari - viene dopo il mal governo.
Partendo dalla congregazione dei vescovi, Benedetto XVI ha la possibilità in questo 2009 di sostituire parecchia gente nella curia romana e di creare così un sistema che sappia seguirlo con maggiore lucidità nelle sue scelte. Il 23 settembre compie 75 anni il prefetto della congregazione dei Religiosi, il cardinale Franc Rodé e, l’8 agosto, li compie il prefetto del Clero, il cardinale Claudio Hummes. Se è vero che, come scrisse il benedettino Columbia Marmion, una vera riforma del clero e degli ordini religiosi non può che venire da un sacerdote secolare, è evidente che in queste due decisive congregazioni l’uomo giusto è tra il clero che deve essere pescato.
Ma 75 anni li hanno già compiuti anche altri importanti esponenti della curia. Innanzitutto lo statunitense James Francis Stafford, penitenziere maggiore della Penitenzieria Apostolica. Quindi il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del pontificio consiglio per la Pastorale della Salute. E ancora, il cardinal Renato Raffaele Martino, presidente di Iustitia et Pax. E, infine, il cardinale Walter Kasper, presidente della promozione dell’Unità dei Cristiani: oggi compie 76 anni.
Inchiesta. Il governo della curia romana al tempo di Ratzinger: difficoltà e strategie per il dopo “caso Williamson” (Parte II)
Ai tempi di Giovanni Paolo II governare la curia romana era difficile almeno tanto quanto oggi. Nella prima parte del suo pontificato Wojtyla dovette lavorare con Agostino Casaroli, il cardinale segretario di Stato eminente rappresentate in Vaticano della Ostpolitik di brandtiana memoria. Una linea poi portata avanti dal cardinale Achille Silvestrini, per svariati anni segretario del consiglio per gli Affari Pubblici e dal suo vice, oggi arcivescovo di Vilnius, il cardinale Audrys Juozas Backis. In sostanza, il Papa della resistenza al regime comunista, così come gliela aveva insegnata il primate di Polonia Stephan Wishinsky, dovette collaborare col principale fautore nella Santa Sede di accordi, concessioni e aperture verso i paesi del blocco sovietico. Furono due visioni politico-ecclesiologiche diverse e divergenti a incontrarsi e, spesso, a scontrarsi.
E anche col successore di Casaroli, il cardinale Angelo Sodano, il lavoro non fu semplice. Da una parte il Papa era aiutato nel governo, ogni giorno con sempre maggior peso, dal suo segretario particolare don Stanislaw Dziwisz. Dall’altra un contropotere rispetto a questa unione era rappresentato proprio da Sodano, il quale col duo Wojtyla-Dziwisz, più che collaborare, cercava di trattare. Soprattutto negli ultimi anni dell’era Wojtyla, quando il Pontefice sempre più ammalato faticava a tenere le fila di tutto, era anche la bravura del portavoce Joaquin Navarro-Valls a mascherare tante difficoltà. Una bravura della quale oggi si sente fortemente la mancanza.
Oggi, appunto: le cose vanno diversamente rispetto al passato. Il duo Ratzinger-Bertone è parecchio affiatato. Per molto tempo hanno lavorato assieme quando Ratzinger era prefetto della congregazione per la Dottrina delle Fede e Bertone ne era il segretario. E oggi nessuno può dire che il segretario di Stato non sia un fedelissimo del Papa.
Eppure, le critiche non mancano. Eppure, qualche evidente problema di governo c’è. Ed è principalmente a motivo di un governo non pienamente efficiente, prima che per colpe di mala comunicazione, che la Chiesa è dovuta sbandare più volte e in modo pericoloso. Soprattutto tre anni fa con la crisi diplomatica verificatasi col mondo islamico a seguito della lectio di Ratisbona. E poi quest’anno, col caso Richard Williamson che ha inquinato parecchio i rapporti, per la verità atavicamente rattrappiti, con gli ebrei.
Il problema di governo è ascrivibile da una parte alla segreteria di Stato, dall’altra a tutti quei capi dicastero che, oramai in età pensionabile, sono chiamati a responsabilità probabilmente troppo onerose per le loro energie. Dei capi dicastero in scadenza e della nuova curia che il Papa potrebbe disegnare nel 2009 parleremo domani, nell’ultima puntata di questa inchiesta. Qui parliamo della segreteria di Stato dalla quale, come hanno sostenuto non a torto diversi osservatori, Benedetto XVI dovrebbe iniziare la sua personale cura a seguito del caso Williamson.
Ratzinger ha scelto Bertone perché è una persona di cui sa che si può fidare. E in futuro non è di lui che farà a meno. Anche perché lo stesso Pontefice è consapevole di come parecchia mala gestione nell’attuale segreteria di Stato non sia imputabile a coloro che ne hanno la responsabilità ma anche e soprattutto a problematiche strutturali. Quali? Occorre partire da Sisto V. Papa Felice Peretti, alla fine del 1500, ebbe la brillante intuizione di impostare una gestione del governo della curia romana altamente democratica, diciamo orizzontale. La segreteria di Stato non era, come invece è oggi, un super ministero. Ogni capo dicastero rendeva direttamente conto del proprio operato al Papa e tutti erano di pari grado. E così fino a Giovanni XXIII. Paolo VI, invece, forte di svariati anni trascorsi a lavorare in segreteria di Stato prima di partire alla volta di Milano, decise una volta salito al soglio di Pietro che era opportuno, per una maggiore praticità, interrompere questo sistema di governo e far sì che alla segreteria di Stato venisse concesso maggiore potere e, in particolare, far sì che fungesse da cono di bottiglia per le richieste che i vari capi dicastero della curia volevano fargli giungere. E in questo modo una nuova modalità di governo della curia romana venne introdotta, una modalità che ha portato il segretario di Stato ad avere sempre maggiore peso e potere.
Oggi è questo peso e questo potere che Bertone patisce. Perché un conto era essere segretario di Stato venti anni fa quando il mondo era diverso e le problematiche che la Chiesa aveva da affrontare non dovevano essere risolte con la velocità e la prontezza che è richiesta ora. Un conto era essere segretario di Stato nell’ultimo decennio del pontificato di Wojtyla quando tutto quello che il Papa aveva fatto e tutto quello che stava vivendo mettevano in secondo piano eventuali errori di governo. Altro conto è essere il primo collaboratore del Papa oggi, durante un Pontificato particolarmente inviso ai media e ai settori più progressisti della Chiesa, i quali continuano a vedere nell’ancoraggio di Benedetto XVI al primato della verità una volontà di chiusura e di ritorno al passato. Bertone, poi, non è propriamente un diplomatico. Ha un profilo meno navigato quanto a gestione del potere. È un salesiano più avvezzo al contatto con la gente, coi fedeli. E questa sua caratteristica senz’altro non l’aiuta.
Oltre a una questione strutturale e, dunque, al ruolo che la segreteria di Stato ricopre in un’organizzazione della curia di tipo verticale, c’è un problema di uomini, e quindi dei più stretti collaboratori di Bertone. Molti sono cresciuti in segreteria di Stato ai tempi di Sodano e, dunque, non sono propriamente affiatati con lui. Ed è probabilmente qui, a livello dello staff di Bertone, che Benedetto XVI dovrà necessariamente intervenire per cercare di far sì che il suo principale collaboratore possa essere supportato a dovere.
I primi a partire dovrebbero essere quattro pari grado. Per Paolo Sardi, l’arcivescovo che per anni ha scritto i testi dei discorsi di Wojtyla, il destino è segnato ed è pure prestigioso: diverrà patrono dell’ordine di Malta e, dunque, giungerà presto alla berretta cardinalizia. Per il capo dell’“ufficio del personale”, cioè monsignor Carlo Maria Viganò, si parla invece di un’importante nunziatura all’estero. Poi ci sono il vice del sostituto per gli affari generali, Fernando Filoni, e il vice del segretario del rapporto con gli Stati Dominique Mamberti, ovvero Pietro Parolin e Gabriele Giordano Caccia. Anche per loro si parla di promozioni in altri lidi. Discorso a parte lo merita il torinese Gianfranco Piovano: incontrastato dominatore di tutte le finanze della segreteria di Stato, domina la scena da più di trent’anni e da cinque anni avrebbe dovuto lasciare per limiti di età. Non c’è stata assunzione oltre il Tevere che non sia passata dalle sue mani. Ma pare che, dopo così tanti anni, lascerà anche lui. Infine, Fernando Filoni. Questi è stato portato in segreteria di Stato da Bertone il 9 giungo 2007 quando Leonardo Sandri divenne prefetto delle Chiese Orientali. E ora che i due - Bertone e Filoni - faticano a lavorare in tandem, serve una nuova soluzione. È qui forse la matassa più difficile da sbrogliare.
E anche col successore di Casaroli, il cardinale Angelo Sodano, il lavoro non fu semplice. Da una parte il Papa era aiutato nel governo, ogni giorno con sempre maggior peso, dal suo segretario particolare don Stanislaw Dziwisz. Dall’altra un contropotere rispetto a questa unione era rappresentato proprio da Sodano, il quale col duo Wojtyla-Dziwisz, più che collaborare, cercava di trattare. Soprattutto negli ultimi anni dell’era Wojtyla, quando il Pontefice sempre più ammalato faticava a tenere le fila di tutto, era anche la bravura del portavoce Joaquin Navarro-Valls a mascherare tante difficoltà. Una bravura della quale oggi si sente fortemente la mancanza.
Oggi, appunto: le cose vanno diversamente rispetto al passato. Il duo Ratzinger-Bertone è parecchio affiatato. Per molto tempo hanno lavorato assieme quando Ratzinger era prefetto della congregazione per la Dottrina delle Fede e Bertone ne era il segretario. E oggi nessuno può dire che il segretario di Stato non sia un fedelissimo del Papa.
Eppure, le critiche non mancano. Eppure, qualche evidente problema di governo c’è. Ed è principalmente a motivo di un governo non pienamente efficiente, prima che per colpe di mala comunicazione, che la Chiesa è dovuta sbandare più volte e in modo pericoloso. Soprattutto tre anni fa con la crisi diplomatica verificatasi col mondo islamico a seguito della lectio di Ratisbona. E poi quest’anno, col caso Richard Williamson che ha inquinato parecchio i rapporti, per la verità atavicamente rattrappiti, con gli ebrei.
Il problema di governo è ascrivibile da una parte alla segreteria di Stato, dall’altra a tutti quei capi dicastero che, oramai in età pensionabile, sono chiamati a responsabilità probabilmente troppo onerose per le loro energie. Dei capi dicastero in scadenza e della nuova curia che il Papa potrebbe disegnare nel 2009 parleremo domani, nell’ultima puntata di questa inchiesta. Qui parliamo della segreteria di Stato dalla quale, come hanno sostenuto non a torto diversi osservatori, Benedetto XVI dovrebbe iniziare la sua personale cura a seguito del caso Williamson.
Ratzinger ha scelto Bertone perché è una persona di cui sa che si può fidare. E in futuro non è di lui che farà a meno. Anche perché lo stesso Pontefice è consapevole di come parecchia mala gestione nell’attuale segreteria di Stato non sia imputabile a coloro che ne hanno la responsabilità ma anche e soprattutto a problematiche strutturali. Quali? Occorre partire da Sisto V. Papa Felice Peretti, alla fine del 1500, ebbe la brillante intuizione di impostare una gestione del governo della curia romana altamente democratica, diciamo orizzontale. La segreteria di Stato non era, come invece è oggi, un super ministero. Ogni capo dicastero rendeva direttamente conto del proprio operato al Papa e tutti erano di pari grado. E così fino a Giovanni XXIII. Paolo VI, invece, forte di svariati anni trascorsi a lavorare in segreteria di Stato prima di partire alla volta di Milano, decise una volta salito al soglio di Pietro che era opportuno, per una maggiore praticità, interrompere questo sistema di governo e far sì che alla segreteria di Stato venisse concesso maggiore potere e, in particolare, far sì che fungesse da cono di bottiglia per le richieste che i vari capi dicastero della curia volevano fargli giungere. E in questo modo una nuova modalità di governo della curia romana venne introdotta, una modalità che ha portato il segretario di Stato ad avere sempre maggiore peso e potere.
Oggi è questo peso e questo potere che Bertone patisce. Perché un conto era essere segretario di Stato venti anni fa quando il mondo era diverso e le problematiche che la Chiesa aveva da affrontare non dovevano essere risolte con la velocità e la prontezza che è richiesta ora. Un conto era essere segretario di Stato nell’ultimo decennio del pontificato di Wojtyla quando tutto quello che il Papa aveva fatto e tutto quello che stava vivendo mettevano in secondo piano eventuali errori di governo. Altro conto è essere il primo collaboratore del Papa oggi, durante un Pontificato particolarmente inviso ai media e ai settori più progressisti della Chiesa, i quali continuano a vedere nell’ancoraggio di Benedetto XVI al primato della verità una volontà di chiusura e di ritorno al passato. Bertone, poi, non è propriamente un diplomatico. Ha un profilo meno navigato quanto a gestione del potere. È un salesiano più avvezzo al contatto con la gente, coi fedeli. E questa sua caratteristica senz’altro non l’aiuta.
Oltre a una questione strutturale e, dunque, al ruolo che la segreteria di Stato ricopre in un’organizzazione della curia di tipo verticale, c’è un problema di uomini, e quindi dei più stretti collaboratori di Bertone. Molti sono cresciuti in segreteria di Stato ai tempi di Sodano e, dunque, non sono propriamente affiatati con lui. Ed è probabilmente qui, a livello dello staff di Bertone, che Benedetto XVI dovrà necessariamente intervenire per cercare di far sì che il suo principale collaboratore possa essere supportato a dovere.
I primi a partire dovrebbero essere quattro pari grado. Per Paolo Sardi, l’arcivescovo che per anni ha scritto i testi dei discorsi di Wojtyla, il destino è segnato ed è pure prestigioso: diverrà patrono dell’ordine di Malta e, dunque, giungerà presto alla berretta cardinalizia. Per il capo dell’“ufficio del personale”, cioè monsignor Carlo Maria Viganò, si parla invece di un’importante nunziatura all’estero. Poi ci sono il vice del sostituto per gli affari generali, Fernando Filoni, e il vice del segretario del rapporto con gli Stati Dominique Mamberti, ovvero Pietro Parolin e Gabriele Giordano Caccia. Anche per loro si parla di promozioni in altri lidi. Discorso a parte lo merita il torinese Gianfranco Piovano: incontrastato dominatore di tutte le finanze della segreteria di Stato, domina la scena da più di trent’anni e da cinque anni avrebbe dovuto lasciare per limiti di età. Non c’è stata assunzione oltre il Tevere che non sia passata dalle sue mani. Ma pare che, dopo così tanti anni, lascerà anche lui. Infine, Fernando Filoni. Questi è stato portato in segreteria di Stato da Bertone il 9 giungo 2007 quando Leonardo Sandri divenne prefetto delle Chiese Orientali. E ora che i due - Bertone e Filoni - faticano a lavorare in tandem, serve una nuova soluzione. È qui forse la matassa più difficile da sbrogliare.
Inchiesta. Il governo della curia romana al tempo di Ratzinger: difficoltà e strategie per il dopo “caso Williamson” (Parte I)
La crisi che nelle ultime settimane ha investito violentemente il governo della curia romana - oltre alle critiche ebraiche per la preghiera del venerdì santo reintrodotta col Motu proprio Summorum Pontificum e alle polemiche austriache per le dimissioni che è stato costretto a rendere (sono state accettate ieri dal Papa) il vescovo ausiliare di Linz Gerhard Maria Wagner, importanti sono i malumori per la scomunica revocata ai lefebvriani e al vescovo negazionista quanto alla Shoah Richard Williamson - sembra non aver toccato più di tanto Joseph Ratzinger. Una dimostrazione di ciò la si è avuta sabato scorso. Mentre la maggioranza dei presuli e dei porporati parlava della necessità di “sfruttare” il caso Williamson per mettere in campo quella riforma della curia che porti nei posti di comando gente più capace di tradurre in azioni di governo la mente illuminata del Pontefice, lui, Benedetto XVI, ha preso una decisione che è sembrata andare nella direzione opposta. Invece di mantenere l’accorpamento di due dicasteri sulla cui utilità sono in molti a nutrire dubbi - il pontificio consiglio di Giustizia e Pace e quello per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti - li ha di nuovo smembrati, lasciando al cardinale Renato Raffaele Martino (anche se ancora per poco) Giustizia e Pace e affidando i Migranti e gli Itineranti al segretario della congregazione per le Chiese Orientali, ovvero monsignor Antonio Maria Vegliò, presule di 71 anni compiuti.
Un controsenso, dicono in molti. Possibile? Possibile che il Papa non si renda conto che è di altri interventi che la macchina della Chiesa necessita? Possibile non capisca che quella «sporcizia» che nel 2005 - nella Via Crucis che aveva preceduto di pochi giorni il conclave che lo elesse al soglio di Pietro - aveva denunciato essere presente nella Chiesa, sia ora da spazzare via con atti di comando forti, trancianti? Possibile che non comprenda come, senza un governo capace e competente, azioni come la lectio di Ratisbona, la nomina del polacco Stanislaw Wielgus ad arcivescovo di Varsavia, la revoca della scomunica ai lefebvriani, e ancora (tanto per fare qualche esempio significativo) la puntualizzazione della differenza esistente tra le «chiese» cattoliche e ortodosse e le «comunità» protestanti (quante polemiche seguirono il documento “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa” redatto nel 2007 dalla congregazione per la Dottrina della Fede!), non possano non essere destinate a subire forti critiche le quali, proprio perché provenienti anche dall’interno della Chiesa, ne minano valore e importanza?
Non si può rispondere a queste domande senza capire come Benedetto XVI concepisca il governo della Chiesa, lui che più di altri cardinali ne conosce meccanismi e ingranaggi. E, per farlo, occorre necessariamente tornare al 1968, a quell’Einführung in das Christentum (Introduzione al cristianesimo), nel quale, a un certo punto (pagine 333-334 dell’edizione Queriniana-Vaticana, 2005), egli scrive queste parole: «I veri credenti non danno mai eccessivo peso alla lotta per la riorganizzazione delle forme ecclesiali. Essi vivono di ciò che la Chiesa è sempre. E se si vuole sapere che cosa realmente sia la Chiesa, bisogna andare da loro. La Chiesa, infatti, non è per lo più là dove si organizza, si riforma, si dirige, bensì è presente in coloro che credono con semplicità, ricevendo in essa il dono della fede che diviene per loro fonte di vita. [...] Ciò non vuol dire che bisogna lasciar tutto così com’è e sopportarlo così com’è. Il sopportare può esser anche un processo altamente attivo…».
Quella di Ratzinger non è una scomunica dell’attività governativa della Chiesa. Ma, semmai, è una presa di coscienza che non è innanzitutto lì, nell’attività di comando, che la Chiesa gioca la sua partita più decisiva. Il Ratzinger Pontefice, l’uomo delle grandi idee, di una visione della modernità filosofica ma insieme religiosa e pneumatica, dell’ancoraggio alla rivelazione, ai padri della Chiesa, il sacerdote che ha vissuto il Vaticano II in pienezza d’effervescenza e che gode di una preparazione teologica sinfonica come pochi all’interno dell’attuale collegio cardinalizio, è ben consapevole del fatto che gli servano i giusti canali per tradurre il proprio pensiero in azioni di governo, ma è anche consapevole che il governo, il comando, non è tutto e soprattutto non è il tutto del suo pontificato. Nonostante vi sia chi ritiene che adesso, nelle scelte che Ratzinger sarà chiamato a prendere nel post “caso Williamson” - perché qualche decisione importante verrà pur presa: sono, infatti, parecchi i capi dicastero in scadenza, e di loro parleremo nelle prossime puntate di questa inchiesta - egli si giochi la credibilità dell’intero pontificato, lui, Benedetto XVI, è invece conscio che la partita più importante si gioca altrove, ovvero nel popolo che crede, che vive la fede con semplicità. Ciò non significa che per il Papa il “lavoro sporco”, quello del governo, sia da disprezzare, ma significa che quest’ultimo risiede su un piano inferiore rispetto alla prima attenzione che tutti, cardinali, vescovi e semplici fedeli debbono avere: la cura della fede, l’unico dono che porta la vita rigenerando e riformando, dall’interno e all’occorrenza, la Chiesa stessa.
Non si può comprendere Benedetto XVI e il suo pontificato senza tornare qui. Ogni analisi sul governo della Chiesa di Ratzinger non può non avere questa premessa. Non per niente, quanto a governo, quanto a spostamento di uomini da un posto all’altro, la pazienza di Ratzinger è proverbiale, a tratti addirittura eccessiva: «sopportazione attiva» è il termine che lui usa in Einführung in das Christentum. Lui è fatto così. Lui che dal 25 novembre 1981 al 19 aprile 2005 è stato prefetto della Dottrina della Fede, il dicastero dove sono custodite pagine e pagine dettagliate riguardanti tutti gli uomini di governo del Vaticano, sulle nomine, su quella riforma della curia attesa e auspicata da tutti e che lui più di altri potrebbe mettere in campo con cognizione di causa, ha deciso d’essere magnanimo. Ha deciso di lasciare in posti cruciali uomini probabilmente meno competenti di altri, al fine di salvaguardare le singole sensibilità di ognuno e, insieme, il desiderio di tutti d’essere, più o meno, utili.
Certo, a volte servirebbe altro. E Ratzinger lo sa, tanto che nelle prossime settimane finalmente qualcosa si muoverà. Anche lui è stato ed è consapevole di quanto ci sarebbe bisogno di una scure per tagliare il marcio e far crescere un nuovo germoglio. Ma spesso ha voluto non agire. Perché lui, Benedetto XVI, preferisce avere pazienza, consapevole - qui sta il punto - che il governo non è tutto e che sopportare può comunque essere un’azione che porta frutti postivi.
E forse, oggi, molti di coloro che accusano il Papa e il suo più stretto collaboratore, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, di una certa inefficienza rimpiangendo, nel contempo, il pontificato precedente, farebbero bene a ricordare. Molti di coloro che oggi rimpiangono il governo wojtyliano (sia il primo Wojtyla, quello con Agostino Casaroli segretario di Stato, che il secondo, quello con Angelo Sodano), infatti, sono gli stessi che con Giovanni Paolo II al comando rimpiangevano Paolo VI, Giovani XXIII e, addirittura, Albino Luciani: «Quanto sarebbe potuto avvenire - dicono costoro - se Luciani fosse vissuto più a lungo…». Ma dimenticano che anche il governo di Wojtyla aveva dei punti deboli. Anche Giovanni Paolo II «Il Grande», per usare una definizione coniata dal cardinale Angelo Sodano nella messa di suffragio celebrata per lui il 4 aprile 2005, anche il Papa di un indiscusso carisma e sguardo profetico, dovette fare i conti con una gestione del potere non sempre facile, una gestione che dopo ventisei anni e mezzo di pontificato rappresenta un lascito pesante per le spalle, pur larghe, del suo successore.
Un controsenso, dicono in molti. Possibile? Possibile che il Papa non si renda conto che è di altri interventi che la macchina della Chiesa necessita? Possibile non capisca che quella «sporcizia» che nel 2005 - nella Via Crucis che aveva preceduto di pochi giorni il conclave che lo elesse al soglio di Pietro - aveva denunciato essere presente nella Chiesa, sia ora da spazzare via con atti di comando forti, trancianti? Possibile che non comprenda come, senza un governo capace e competente, azioni come la lectio di Ratisbona, la nomina del polacco Stanislaw Wielgus ad arcivescovo di Varsavia, la revoca della scomunica ai lefebvriani, e ancora (tanto per fare qualche esempio significativo) la puntualizzazione della differenza esistente tra le «chiese» cattoliche e ortodosse e le «comunità» protestanti (quante polemiche seguirono il documento “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa” redatto nel 2007 dalla congregazione per la Dottrina della Fede!), non possano non essere destinate a subire forti critiche le quali, proprio perché provenienti anche dall’interno della Chiesa, ne minano valore e importanza?
Non si può rispondere a queste domande senza capire come Benedetto XVI concepisca il governo della Chiesa, lui che più di altri cardinali ne conosce meccanismi e ingranaggi. E, per farlo, occorre necessariamente tornare al 1968, a quell’Einführung in das Christentum (Introduzione al cristianesimo), nel quale, a un certo punto (pagine 333-334 dell’edizione Queriniana-Vaticana, 2005), egli scrive queste parole: «I veri credenti non danno mai eccessivo peso alla lotta per la riorganizzazione delle forme ecclesiali. Essi vivono di ciò che la Chiesa è sempre. E se si vuole sapere che cosa realmente sia la Chiesa, bisogna andare da loro. La Chiesa, infatti, non è per lo più là dove si organizza, si riforma, si dirige, bensì è presente in coloro che credono con semplicità, ricevendo in essa il dono della fede che diviene per loro fonte di vita. [...] Ciò non vuol dire che bisogna lasciar tutto così com’è e sopportarlo così com’è. Il sopportare può esser anche un processo altamente attivo…».
Quella di Ratzinger non è una scomunica dell’attività governativa della Chiesa. Ma, semmai, è una presa di coscienza che non è innanzitutto lì, nell’attività di comando, che la Chiesa gioca la sua partita più decisiva. Il Ratzinger Pontefice, l’uomo delle grandi idee, di una visione della modernità filosofica ma insieme religiosa e pneumatica, dell’ancoraggio alla rivelazione, ai padri della Chiesa, il sacerdote che ha vissuto il Vaticano II in pienezza d’effervescenza e che gode di una preparazione teologica sinfonica come pochi all’interno dell’attuale collegio cardinalizio, è ben consapevole del fatto che gli servano i giusti canali per tradurre il proprio pensiero in azioni di governo, ma è anche consapevole che il governo, il comando, non è tutto e soprattutto non è il tutto del suo pontificato. Nonostante vi sia chi ritiene che adesso, nelle scelte che Ratzinger sarà chiamato a prendere nel post “caso Williamson” - perché qualche decisione importante verrà pur presa: sono, infatti, parecchi i capi dicastero in scadenza, e di loro parleremo nelle prossime puntate di questa inchiesta - egli si giochi la credibilità dell’intero pontificato, lui, Benedetto XVI, è invece conscio che la partita più importante si gioca altrove, ovvero nel popolo che crede, che vive la fede con semplicità. Ciò non significa che per il Papa il “lavoro sporco”, quello del governo, sia da disprezzare, ma significa che quest’ultimo risiede su un piano inferiore rispetto alla prima attenzione che tutti, cardinali, vescovi e semplici fedeli debbono avere: la cura della fede, l’unico dono che porta la vita rigenerando e riformando, dall’interno e all’occorrenza, la Chiesa stessa.
Non si può comprendere Benedetto XVI e il suo pontificato senza tornare qui. Ogni analisi sul governo della Chiesa di Ratzinger non può non avere questa premessa. Non per niente, quanto a governo, quanto a spostamento di uomini da un posto all’altro, la pazienza di Ratzinger è proverbiale, a tratti addirittura eccessiva: «sopportazione attiva» è il termine che lui usa in Einführung in das Christentum. Lui è fatto così. Lui che dal 25 novembre 1981 al 19 aprile 2005 è stato prefetto della Dottrina della Fede, il dicastero dove sono custodite pagine e pagine dettagliate riguardanti tutti gli uomini di governo del Vaticano, sulle nomine, su quella riforma della curia attesa e auspicata da tutti e che lui più di altri potrebbe mettere in campo con cognizione di causa, ha deciso d’essere magnanimo. Ha deciso di lasciare in posti cruciali uomini probabilmente meno competenti di altri, al fine di salvaguardare le singole sensibilità di ognuno e, insieme, il desiderio di tutti d’essere, più o meno, utili.
Certo, a volte servirebbe altro. E Ratzinger lo sa, tanto che nelle prossime settimane finalmente qualcosa si muoverà. Anche lui è stato ed è consapevole di quanto ci sarebbe bisogno di una scure per tagliare il marcio e far crescere un nuovo germoglio. Ma spesso ha voluto non agire. Perché lui, Benedetto XVI, preferisce avere pazienza, consapevole - qui sta il punto - che il governo non è tutto e che sopportare può comunque essere un’azione che porta frutti postivi.
E forse, oggi, molti di coloro che accusano il Papa e il suo più stretto collaboratore, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, di una certa inefficienza rimpiangendo, nel contempo, il pontificato precedente, farebbero bene a ricordare. Molti di coloro che oggi rimpiangono il governo wojtyliano (sia il primo Wojtyla, quello con Agostino Casaroli segretario di Stato, che il secondo, quello con Angelo Sodano), infatti, sono gli stessi che con Giovanni Paolo II al comando rimpiangevano Paolo VI, Giovani XXIII e, addirittura, Albino Luciani: «Quanto sarebbe potuto avvenire - dicono costoro - se Luciani fosse vissuto più a lungo…». Ma dimenticano che anche il governo di Wojtyla aveva dei punti deboli. Anche Giovanni Paolo II «Il Grande», per usare una definizione coniata dal cardinale Angelo Sodano nella messa di suffragio celebrata per lui il 4 aprile 2005, anche il Papa di un indiscusso carisma e sguardo profetico, dovette fare i conti con una gestione del potere non sempre facile, una gestione che dopo ventisei anni e mezzo di pontificato rappresenta un lascito pesante per le spalle, pur larghe, del suo successore.
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